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9 gennaio 2007

Sezioni vuote e partito ubriaco

Il dibattito suscitato dalla scelta di non rinnovare l’iscrizione ai Ds da parte di Nicola Rossi, almeno fino a oggi, mi sembra abbia tralasciato alcune questioni di fondo. Lo dico da osservatore e da iscritto ai Ds intenzionato a rinnovare la tessera, come ogni anno da circa tredici anni a questa parte (e forse anche per questo parlo dei Ds e non della Margherita, sebbene la situazione dei due partiti sia assai simile). La prima questione di fondo mi pare questa: i Ds sono il principale partito della maggioranza, esprimono il capo dello Stato – un fatto mai accaduto prima agli eredi del Pci – la prima delegazione nel governo, hanno vinto le elezioni e si apprestano a dare vita a quello che sarà verosimilmente il primo partito del paese. Eppure, da mesi, il loro dibattito interno sembra il dibattito di un’organizzazione appena uscita da una sconfitta drammatica, un’organizzazione che somiglia terribilmente ai Ds del 2001. L’eco della decisione di Nicola Rossi mi sembra giustificata più che altro da questo paradossale stato di cose.
Non faccio l’elenco dei temi su cui quotidianamente abbiamo visto i Ds dare segni di sbandamento, non solo nel rapporto con il governo, ma innanzi tutto nel rapporto con se stessi: dalla fase due alla legge sulla droga, da piccole questioni personali a grandi dilemmi etici. Ne sono pieni i giornali, e non da oggi.
L’addio di Rossi ha spinto molti a parlare di fine del dalemismo. Qualcuno ha replicato che il dalemismo è finito da anni. Secondo il diretto interessato, poi, non è mai esistito. Ma se, date queste premesse, non pare esserci dubbio sulla definitiva estinzione dei dalemiani e del dalemismo come categoria politica, domando: cosa ne è dei veltroniani? Sulla scia dell’abbandono di Rossi abbiamo letto in questi giorni con dovizia di dettagli le infinite ramificazioni della diaspora dei Velardi e dei Rondolino. Ma anche i veltroniani di allora, nel frattempo, mi pare abbiano preso non meno tortuosi e diversi sentieri. Nati come gruppo attorno al leader che parlava di Partito democratico all’americana, Pietro Folena è oggi un parlamentare di Rifondazione comunista, Fabio Mussi guida la minoranza “di sinistra” dei Ds ostile al Partito democratico, Giovanna Melandri da almeno un paio di congressi non è più politicamente rintracciabile, sospesa in una posizione di mediazione tra non si sa bene chi e che cosa. La verità è che sui giornali continuiamo a parlare di dalemiani e veltroniani, secondo una divisione che risale al 1994, cioè alla prima e unica volta in cui l’attuale gruppo dirigente diessino si divise esplicitamente su due opposte opzioni politiche. Tutto quello che è venuto dopo è stato tante cose: drôle de guerre, mimetismo e guerra di posizione, ma non è stato mai autentico conflitto, aperto e trasparente, per la leadership e per la linea politica. Il risultato è che si sono appannate le une e l’altra, progressivamente e inesorabilmente.
La rimozione del conflitto ha innescato una dinamica perversa: una mediazione permanente in cui le diverse posizioni divengono come le sedie in quel gioco che si faceva alle feste da adolescenti. Qualche tempo prima del congresso si attacca la musica e tutti ci ballano attorno, poi improvvisamente la musica si interrompe, e davanti all’ennesimo “caminetto” si ritrovano seduti i soliti capibastone: D’Alema, Veltroni, Fassino, Bersani e così via. Nel ’94 Veltroni era la “destra” e D’Alema la “sinistra”, poi le parti si sono invertite per certi aspetti e sono rimaste le stesse per altri. Veltroni è stato l’artefice del correntone (nato dalla confluenza tra veltroniani e sinistra storica) che fino a un certo punto fu guidato da Sergio Cofferati, in vista del congresso di Pesaro. Al congresso successivo il sindaco di Roma ha detto che bisognava fare subito il partito riformista con la Margherita. Oggi dice che il Partito democratico così non va e bisogna ritornare al progetto originario dell’Ulivo (e così è tornato alla casella di partenza). Altrettanto hanno fatto tutti gli altri, chi più chi meno, in un gioco della sedia che ha perso ogni significato politico. Risparmio per compassione dei lettori l’elenco dei vari posizionamenti di ogni singolo dirigente nel corso di questi anni. Non intendo accusare nessuno di spregiudicatezza. Al contrario, quello che mi preme è rilevare come sia il meccanismo, evidentemente, a essersi inceppato. La rimozione del conflitto è arrivata a tal punto che non solo al congresso di Pesaro Veltroni non si è candidato, non solo il sindaco non si è nemmeno pronunciato per l’una o l’altra mozione, sostenendo di non poterlo fare per via del suo nuovo ruolo istituzionale (confondendo forse il colle del Campidoglio con quello del Quirinale, se non direttamente con San Pietro). Non solo questo. Ma non si è candidato nemmeno Cofferati, facendo assumere così a tutta la sua martellante campagna precedente, che ha occupato i giornali per mesi, l’aspetto surreale di primarie per la candidatura a sindaco di Bologna. Per di più, una volta divenuto sindaco – a dimostrazione dell’assunto – il leader dell’ala radicale ds è divenuto il braccio violento della corrente riformista. Il fatto che poi, al congresso, il correntone abbia deciso di candidare un Berlinguer, ha dato definitivamente al tutto il segno della crudele ironia della storia. A ripensarci oggi, la Fgci dei tempi di Enrico Berlinguer, che fingeva di dividersi attorno a non si sa bene cosa e chi, avrebbe dovuto eleggere segretario proprio lui: Giovanni Berlinguer. L’unico dinanzi al quale D’Alema e Veltroni avrebbero potuto passare per giovani emergenti, che devono ancora aspettare qualche tempo prima di uscire allo scoperto.
La rimozione dell’idea stessa di conflitto ha prodotto la paralisi. La paralisi ha prodotto il pensiero circolare. Basta un esempio: qualche settimana fa, una delle tante polemiche sul Partito democratico ha riguardato il “modello Flm” proposto da Fassino. Modello che in realtà era stato lanciato sei mesi prima da Bruno Trentin – come mediazione tra la minoranza e il segretario – e che comunque già nel 2004 era stato indicato dallo stesso Fassino, nella formulazione del “modello dell’unità sindacale”. Potrei continuare così per tutti, dico tutti, i temi al centro del dibattito, dalla laicità all’appartenenza al socialismo europeo. Non è colpa di Fassino. Il pensiero circolare è inevitabile, una volta che si sia deciso di barricarsi dentro l’attuale gruppo dirigente – compatto come una falange macedone, altroché! – bloccando entrate e uscite, chiudendo le porte e sbarrando le finestre. Il pensiero circolare è l’inevitabile conseguenza del suo essere l’unico pensiero in circolazione. E inevitabilmente sempre più rarefatto. La conclusione, in breve, è l’aria fritta.
La semplice ragione di tutto questo è che nei Ds l’ultimo confronto tra diverse opzioni politiche, alla luce del sole, si è svolto tredici anni fa. Da allora in poi tutti i contrasti reali sono stati affogati nella melassa. La lotta politica è stata degradata a un esercizio di posizionamento reciproco sterile e autoreferenziale, incomprensibile ad alcuno fuori del circolo, in una cerimonia di formule ipocrite e insignificanti. Il risultato è che i Ds sono giunti oggi, e non a caso, alle stesse drammatiche percentuali del Pds all’indomani della svolta, decimale più decimale meno. Dopo diciassette anni, scelte dolorose e drammatiche, si torna al punto di partenza. E se non vi pare una sconfitta questa, aspettate il 2009.
Nel frattempo, la musica è ricominciata. Si balla attorno alle sedie. E chi non trova posto, prende il cappello e se ne va. La ragione è chiara: il primo obiettivo dei Ds non è affatto l’obiettivo dichiarato di far nascere una grande forza riformista che sia il baricentro della coalizione eccetera eccetera. Il primo obiettivo è evitare una scissione. Con il risultato, tipicamente circolare, che tutte le scelte fondamentali per la costruzione del nuovo partito vengono di fatto contrattate con coloro che a quel partito sono contrari. Che razza di mostro può venir fuori in questo modo, ammesso che possa venirne fuori qualcosa? Ricorrendo ogni giorno a nuove e più bizantine formulazioni, a più immaginifiche metafore, non si troverà mai quel che si va cercando. Perché quel che si cerca, ahimè, è la formula capace di spiegare al tempo stesso che il Partito democratico è la più grande novità politica degli ultimi cinquant’anni (a quegli iscritti ed elettori che si vorrebbe “appassionare” al processo) e che il processo verso il Partito democratico non rappresenta alcuna novità, nulla di diverso da quello che i Ds sono sempre stati e sempre saranno (a chi, come Mussi, si teme altrimenti possa promuovere una scissione).
A mio modesto avviso l’unica novità di questi mesi è l’intervista a Franco Marini uscita sabato su Repubblica. Il presidente del Senato dice in sostanza: se andiamo avanti così al 2009 non ci arriviamo (vivi). Se pensiamo solo a come scongiurare i rischi, non eviteremo i rischi e arriveremo stremati al traguardo (ammesso che ci arriviamo). Ci saranno comunque dei prezzi da pagare, per entrambi i partiti, paghiamoli subito e andiamo avanti. Benissimo, dico io. Ma temo che la reazione dei Ds sarà ben diversa. Temo cioè che sarà la stessa di sempre: nessuna. Tutto come prima. The show must go on. Ma a questo punto, se i Ds non hanno la forza di reinnescare un circuito virtuoso nel loro confronto interno, ritornando a parlare (e a parlarsi) con chiarezza, e cioè sottoponendo a iscritti, elettori e opinione pubblica in modo intelligibile le loro rispettive (e diverse) proposte – se insomma siamo destinati a vedere ancora una volta D’Alema e Veltroni appassionatamente insieme nella stessa insignificante mozione – ebbene, resta loro solo una cosa da fare: raccogliere l’invito di Marini, accelerare, dire chiaramente che il prossimo sarà l’ultimo congresso dei Ds e mettere in conto anche il rischio di una scissione.
Se questo è lo stato dell’arte, personalmente non vedo altre soluzioni. Dinanzi a questo stato di cose, Nicola Rossi ha pensato invece che l’unica cosa da fare fosse non rinnovare la tessera. Non mi sorprende. Né mi sorprende il fatto che nel suo lungo articolo di ieri, sul Corriere della Sera, abbia scelto come suo interlocutore il professor Michele Salvati. Lo stesso che tanti anni fa, proprio su questo giornale, spiegò che per fare il Partito democratico Ds-Margherita occorreva espellerne preventivamente D’Alema e Marini, con i relativi sodali. Cioè il grosso di Ds e Margherita. E’ un modo di ragionare antico: quando la realtà non si conforma alle tue tesi, basta espellerla. Non a caso l’argomento principale dell’articolo di Rossi riguarda il fatto che a livello locale i quadri dirigenti dei due partiti penserebbero solo a come sopravvivere, consolidando gli equilibri esistenti – ohibò. Parafrasando il sindaco di paese del film “Caro Diario”, potremmo dire: tutto il contrario che a Londra!
Non avendo studiato alla London School of Economics (di cui peraltro è stato direttore Anthony Giddens, vorrei ricordare), personalmente non ci vedo nulla di male se i dirigenti locali di un partito non lavorano alacremente alla propria sostituzione (da questo punto di vista le parole di Rossi mi ricordano certi appelli “generazionali” al ricambio delle classi dirigenti). Personalmente non vedrei nulla di male, se anche fosse vero, nel fatto che Fassino volesse fare il ministro domani e il primo ministro dopodomani (e per questo si agitasse tanto), nel fatto che Veltroni volesse solo fare il primo ministro nel 2009 (e per questo fosse tanto indaffarato) e che D’Alema volesse fare tutto (e per questo non facesse nulla, almeno entro i confini italiani). Né vedrei nulla di male nel fatto che Carlo De Benedetti avesse già avviato le consultazioni per conto di Veltroni (o viceversa). Alle loro personali fortune sono poco interessato, ma dubito che sulle rovine di una grande impresa collettiva si possano costruire grandi fortune personali. Al massimo, si può fare qualche soldo commerciando in reperti di contrabbando, ma non è certo il genere di carriera che si possa raccontare ai nipoti, alla fine della corsa. E mi pare evidente che ormai siamo all’ultimo giro. (il Foglio, 9/1/07)




permalink | inviato da ciccio il 9/1/2007 alle 15:17 | Versione per la stampa
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