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21 marzo 2007

Scandali, fotografie e intercettazioni nel giornalismo di relazione

Dinanzi all’abbondante spettacolo di intrallazzi, trans e ricatti offerto recentemente dalle prime pagine di tutti i giornali – le prime dieci, a tenersi bassi, in quelli più compassati – volendo mantenere lo stesso stile, potremmo limitarci a osservare che questo paese sta andando a puttane. Dinanzi a un simile spettacolo, che è già diventato un classico – a occhio e croce va in onda più o meno regolarmente dall’estate del 2005 in poi – potremmo limitarci a filosofare sulla libertà di stampa e sulla spietata concorrenza che caratterizza, com’è noto, il nostro mercato dell’informazione. Quella concorrenza implacabile che obbliga tanti direttori a pubblicare loro malgrado tonnellate di intercettazioni preconfezionate, verbali d’interrogatorio, dossier illegali e ogni sorta di spazzatura. Quella concorrenza asfissiante che li costringe – tra indicibili sofferenze dell’animo – a sputtanare personaggi dello spettacolo e della finanza, politici e portaborse, miss e governatori della Banca d’Italia: una varia umanità che il più delle volte è accomunata soltanto dalla sgradevole circostanza di non avere commesso alcun reato, spesso non essendo nemmeno accusata di averne commessi. Assieme a persone che hanno compiuto fior di crimini, s’intende, e che tuttavia meriterebbero il carcere – possibilmente dopo un regolare processo – non la pubblica gogna. Fatto sta che la maggioranza di coloro che finiscono sui giornali, comunque, non ha fatto un bel nulla; salvo non rientrare in altra e pur nutrita categoria di persone, per le quali le dure leggi della libertà di stampa e la spietata concorrenza del mercato dell’informazione, a quanto pare, non valgono.
Dinanzi allo spettacolo offerto dalle prime pagine di tutti i giornali, almeno negli ultimi due anni, potremmo legittimamente decidere di prenderci in giro. Esiste una vasta bibliografia in merito. Ma è anche possibile fare una scelta diversa. In merito, va detto, la bibliografia è meno corposa. Questa però dovrebbe essere una ragione di più per scegliere un percorso di ricerca originale, secondo la logica della domanda e dell’offerta, come si conviene a un giornalismo regolato da quella stessa anglosassone mano invisibile che provvede – come il professor Giavazzi c’insegna – alla migliore allocazione delle risorse, a beneficio del sistema e dell’intera collettività. Comincerei dal ’92-93, perché è dal biennio di Tangentopoli che comincia la storia che passa per le scalate del 2005 e le scopate del 2007. Per farla complicata, si potrebbe partire dalla nozione di “equilibrio di forze a prospettiva catastrofica”. Per farla più semplice, si potrebbe partire dalla domanda: chi comanda in questo paese?
Se proprio vogliamo, possiamo credere che fino a ieri – nel mondo dello spettacolo – comandassero Lele Mora e Fabrizio Corona. Così come fino all’altro ieri – nel mondo della finanza – comandavano Stefano Ricucci e Gianpiero Fiorani. Così come oggi – nel mondo della politica e nell’Italia tout court – comandano Silvio Berlusconi e Massimo D’Alema, segretamente alleati per promuovere ai vertici della finanza, dell’editoria e dello spettacolo gente del calibro di Gianpiero Fiorani, Stefano Ricucci e Lele Mora (salvo scaricarli una volta caduti in disgrazia, come prevede il copione). E’ una lettura che ha una sua indiscutibile razionalità, perché fondata su una coerente interpretazione del passato: Berlusconi e D’Alema al posto di Craxi e Andreotti; Henry John Woodcock al posto di Francesco Saverio Borrelli; la libera stampa semplicemente, e sistematicamente, al posto giusto al momento giusto. Quella libera stampa su cui campeggia ogni giorno la foto dell’intrepido Woodcock a cavallo della sua Harley Davidson, con occhiali a specchio e aria da Marlon Brando, proprio là dove un tempo campeggiava Borrelli in posa equestre e napoleonica, con occhiali da vista e aria da caccia alla volpe.
Possiamo credere a tutto questo, a patto di accettarne per intero il corollario: il problema storico di questo paese è la corruzione della politica, che per cinquant’anni ha oppresso le forze sane dell’economia e della società civile, e che ancora oggi tenta di opprimerle. Il marcio sta dunque nella politica – tutta intera e senza distinzioni, additata all’esecrazione popolare sotto la definizione squisitamente reazionaria di “classe politica” – e nei partiti maggiori innanzi tutto, responsabili di quei crimini che per il passato vanno sotto la categoria di “consociativismo” e per il presente di “inciucio”, nella sostanza intercambiabili. Se così stanno le cose, salvo magari qualche episodica eccezione, qualche inevitabile degenerazione, le intercettazioni e tutta la spazzatura che da anni riempie i giornali non è affatto spazzatura, ma un nettare prezioso e ricostituente, e chi le raccoglie e chi le pubblica rende un servizio al paese. Non si tratta dunque di una ragnatela di ricatti che finisce per renderci tutti schiavi, ma al contrario di quella verità che sola ci renderà liberi. In questo schema, i buoni sono – sempre e comunque – i magistrati, i giornalisti e i politici schierati a loro sostegno. I buoni sono i sostenitori di una nuova “questione morale”. Quella questione morale che finalmente sarebbe emersa in tutta la sua portata anche a sinistra – all’inizio di questa nuova stagione di intercettazioni legali e illegali, veleni e veline – con il coinvolgimento di Giovanni Consorte e della sua Unipol nelle scalate dei cosiddetti “furbetti” e nelle manovre del governatore Fazio nel 2005.
Per la verità, a me pare che Giovanni Consorte e l’Unipol, con la scalata di Fiorani all’Antonveneta e di Ricucci alla Rcs, non c’entrassero nulla, come ampiamente documentato dai verbali dei relativi consigli di amministrazione, dall’incompatibilità delle date tra le mosse del primo e quelle dei secondi, dalle scelte diametralmente opposte compiute dallo stesso Consorte rispetto agli scalatori con cui avrebbe dovuto “concertare”, e da tante altre cose. Detto questo, mi guardo bene dal mettere la mano sul fuoco per un uomo accusato di molti gravi reati. Noto però che in compenso Consorte non è accusato e nemmeno sospettato di avere lasciato che al vertice della sua compagnia si costituisse – alle dirette dipendenze di uomini di sua stretta fiducia – alcuna centrale clandestina dedita a spiare e ricattare, con spezzoni dei servizi segreti, tutti i suoi avversari nella finanza e persino tra i giornalisti, oltre a fornire i propri servigi a un ben più vasto mercato di spioni e ricattatori, che con i loro dossier hanno punteggiato tanta parte delle inchieste che hanno riempito le pagine dei giornali in questi anni: dalla Regione Lazio ai Savoia, passando per veline e calciatori, e per le banche. Ovviamente.
Da qualche tempo, prima che le vicende di Lele Mora e Fabrizio Corona me ne distogliessero, amavo immaginare la telefonata tra Nout Wellink e Rijkman Groenink, supponendo che il primo abbia telefonato al secondo prima di annunciare pubblicamente l’intervento con cui – da governatore della Banca d’Olanda – avrebbe bloccato l’avanzata dei fondi speculativi contro l’Abn Amro di cui Groenink è a capo, per difenderne l’olandesità. Immaginavo che quest’ultimo, sinceramente commosso, a quel punto si fosse abbandonato a una più che comprensibile esclamazione di giubilo tipicamente fiamminga, che tra me e me traducevo con “ti bacerei in fronte”. Immaginavo e supponevo, tra me e me, perché come siano andate realmente le cose, ovviamente, non lo sapremo mai. Nessuno dei due, infatti, era intercettato.
Fortunatamente, però, in Italia abbiamo l’indipendenza della magistratura. La mano invisibile dell’obbligatorietà dell’azione penale – come il professor Travaglio potrebbe insegnarci – garantisce la migliore allocazione delle risorse investigative, a beneficio dello stato di diritto e di ciascuno di noi. A me però resta un dubbio, che ha cominciato a rodermi sin dalla prima ondata di intercettazioni e interrogatori del caso divette e divani, e soprattutto dinanzi al generale stupore che ha accompagnato la scoperta del fatto che buona parte degli scoop sulle stelle del nostro spettacolo – ma chi l’avrebbe mai detto – sono concordati.
Come ha scritto Guia Soncini, per soffrire dei problemi di quell’industria chiamata star system servono due cose: ci vogliono le star, e ci vuole l’industria. In Italia, per gli scoop di cui sono pieni giornali e settimanali, semplicemente, non c’è mercato: appostamenti di ore e inseguimenti in elicottero li paghi per una foto compromettente di Tom Cruise, che poi rivendi in tutto il mondo a peso d’oro, non per quelle di Alba Parietti.
A me pare che il ragionamento continui a non fare una piega, e che si presti perfettamente anche alle vicende del 2005: per commettere un reato contro il mercato, si potrebbe dire, bisogna che ci sia un mercato. Parlare di “asimmetria informativa” in un mercato finanziario in cui la stessa dozzina di famiglie nomina i consigli di amministrazione di tutte le principali industrie, banche e gruppi finanziari del paese è ridicolo; parlare di reati come “aggiotaggio informativo” in un paese in cui tutti i maggiori quotidiani sono controllati direttamente dalla dozzina di cui sopra è perlomeno singolare; parlare di “insider trading”, in un mercato siffatto, equivale a chiedere a una persona, nel momento in cui decide come e dove investire i suoi soldi, di farlo senza tenere conto di decisioni che non può ignorare, per il semplice motivo che è stata lei a prenderle.
Non sono un sostenitore delle teorie cospirazioniste. Credo però che dal ’92-93 in avanti, quando esplode in Italia la crisi dello stato-nazione di cui tanto si era parlato nei decenni precedenti, si sia aperto un conflitto che non si è ancora concluso. Non penso ci sia dietro alcuna regia, penso semmai che ce ne siano troppe, che è come dire nessuna. Equilibrio di forze a prospettiva catastrofica.
Forse è vero che in Italia non si può fare la rivoluzione “perché ci conosciamo tutti”. Giornalisti, magistrati, industriali e banchieri. In un certo senso, quella di cui sono accusati Lele Mora e Fabrizio Corona, a pensarci bene è l’unica forma di guerra civile possibile in Italia. E’ l’ultimo stadio del giornalismo di relazione, naturale sottoprodotto del capitalismo di relazione, che genera a sua volta una politica di relazione. Dal Tiger Team di Giuliano Tavaroli e Fabio Ghioni ai transessuali del marito di Nina Moric. In fondo è lo stesso campo da gioco, lo stesso campionato e lo stesso sport.
Personalmente non ho mai creduto che dietro le rivelazioni sulle presunte relazioni di un calciatore miliardario con una velina mancata vi fosse la mano invisibile del mercato del gossip e dell’informazione. Una cosa però è chiara: se tutto questo gigantesco meccanismo sta in piedi – dal Tiger Team ai trans – è solo grazie ai giornali e ai giornalisti. Senza di noi, tutta questa enorme produzione di spazzatura a scopo di ricatto non avrebbe un mercato di sbocco. Rimarrebbe invenduta. Per la legge della domanda e dell’offerta. Ed è per questo che la favola della concorrenza spietata e del “se non lo pubblico io poi lo fanno gli altri e io come faccio”, in un mondo in cui ci si telefona tutti prima di stampare persino la pagina dei programmi televisivi, fa ridere. Come se l’obiettivo dei giornali fosse vendere copie. Come se tutti i maggiori imprenditori italiani che buttano miliardi nei quotidiani lo facessero in attesa di chissà quale ritorno sul capitale. Come se esistessero i lettori. Suvvia. (il Foglio, 21/3/07)




permalink | inviato da ciccio il 21/3/2007 alle 13:16 | Versione per la stampa
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