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26 maggio 2007

Crisi della politica e mercatismo delle pulci

In questi giorni si parla molto di crisi della politica e di anni Novanta. Due o tre sere fa – nel giorno in cui il Sole 24 Ore (chapeau) apriva con la notizia delle pene risibili e dei risarcimenti da nulla con cui si chiude il caso Parmalat – alla stessa ora, tutte le trasmissioni televisive d’approfondimento erano dedicate allo stesso tema: i costi della politica, a partire dal best-seller di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, “La casta”. Un dibattito cui molti casti rappresentanti del nostro establishment, negli ultimi tempi, hanno partecipato con entusiasmo. Questo non significa, però, che stiano tornando gli anni Novanta. Se non per altro, per la semplice ragione che non se ne sono mai andati. Tutto sta a intendersi sulla definizione e sulle ragioni di una così tenace persistenza.
Se giornali e telegiornali si riempiono di accuse non provate eppure offerte al pubblico come verità rivelata – a carico di governatori della Banca d’Italia o portaborse, ministri o maestre d’asilo – la spiegazione dei direttori di giornali e telegiornali è sempre la stessa: c’è la libertà di stampa, ci sono leggi e autorità preposte al rispetto delle regole, ci sono codici etici e deontologici. C’è insomma il libero mercato dell’informazione, unica garanzia contro le ingerenze del potere politico. La logica della domanda e dell’offerta impone di pubblicare tutto quello che fa vendere i giornali, perché se non lo faccio io, dice il direttore, lo farà la concorrenza. Il prezzo da pagare è il prezzo della libertà. O si vuol forse sottomettere l’informazione alla politica, con la scusa dell’interesse pubblico?
Se le carceri si riempiono di portaborse e maestre d’asilo senza che a loro carico vi sia un solo “grave indizio”, la spiegazione è sempre la stessa: c’è l’obbligatorietà dell’azione penale, c’è il Consiglio superiore della magistratura, ci sono l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati, uniche garanzie contro le ingerenze del potere politico. Il prezzo da pagare è il prezzo della giustizia. O si vuol forse sottomettere la magistratura alla politica, con la scusa dell’interesse pubblico?
Se il controllo dei principali gruppi economici, che fa capo a una stretta cerchia di persone, viene esercitato in forme non sempre limpidissime, la spiegazione è ancora la stessa: c’è il libero mercato dei capitali, unica garanzia contro le ingerenze del potere politico. C’è tutto il corpus dottrinale che Francesco Giavazzi illustra abitualmente sul Corriere della Sera e che ha recentemente spiegato anche al Foglio: il governo si deve preoccupare soltanto di tutelare consumatori, azionisti e risparmiatori, con la concorrenza e con la “costante vigilanza di organismi come la Consob”. Ecco, verrebbe da dire, appunto. “La catena di controllo della Telecom, che tutti considerano scandalosa – spiega Giavazzi – non è frutto della diabolicità di Marco Tronchetti Provera, ma di una cornice legale che consente il ricorso a certe alchimie”. Argomento che si sarebbe potuto suggerire anche al povero preside che in quegli stessi giorni Giavazzi ha attaccato sul Corriere, per la sporcizia delle aule in cui ha accolto il convegno “Economia e società aperta”: se le aule erano sporche e i bagni maleodoranti, avrebbe potuto replicare il preside, ciò non era frutto della sua diabolicità, ma di una cornice legale che lo consente.
Quando ho esaurito la serie delle spiegazioni, diceva il filosofo, arrivo allo strato di roccia, e la mia vanga si piega. Lo strato di roccia è la banale realtà delle cose, sotto gli occhi e dentro le tasche di tutti. Ci sono due modi di affrontarla: il primo è dire che questo è il migliore dei paesi possibili, perché c’è l’Ordine dei giornalisti, c’è il Csm e c’è la Consob. Il secondo è dire che questo è il peggiore dei paesi possibili, perché c’è l’Ordine dei giornalisti, c’è il Csm e c’è la Consob. Nel mezzo si sistemino pure tutte le sfumature del caso, ma non si dica che accade lo stesso in tutto il mondo. Perché quello che in tutto il mondo non accade – per universale ammissione sia del mondo sia dei commentatori italiani – è precisamente quello che invece da molti anni accade regolarmente in Italia: per esempio, il fatto che le uniche condanne effettivamente eseguite sono quelle emesse dal tribunale dell’informazione, senza l’intralcio di regolari processi. E se l’unica garanzia contro questa spirale sta nel pluralismo – politico, economico e culturale – ebbene, è un vero peccato che in Italia tale pluralismo non esista. E certo non sboccerà dall’applicazione dei principi del libero mercato così come sono stati applicati finora, con scarsissimi benefici per la collettività, come testimonia il bilancio stilato da Giuseppe Rao sul Foglio di mercoledì 9 maggio, e prima di lui da Massimo Mucchetti nel saggio “Licenziare i padroni?”.
Si può obiettare che non si stava meglio quando si stava peggio, con le inchieste insabbiate nei “porti delle nebbie”, gli sprechi del “capitalismo di stato”, la deferenza dell’informazione. Ma è un circolo vizioso. Alla fine si tratterebbe solo di scegliere tra Marco Travaglio e Cesare Previti, tra Francesco Giavazzi e Paolo Cirino Pomicino, tra Paolo Serventi Longhi e Gianni Letta.
Di nuovo, esaurite le spiegazioni, si arriva allo strato di roccia. E cioè agli anni Novanta. E’ da lì in poi, infatti, che tutte le vanghe si piegano, a partire dalla domanda se quella stagione segnò la rinascita della giustizia o la morte del diritto, la primavera della libertà di stampa o il suo asservimento, il trionfo dell’economia e della società aperta o l’era Eltsin della nostra democrazia. Quali che siano le risposte, certo è che le domande sono rimaste le stesse. Forse perché ambedue le risposte, nuovista e passatista, si sono rivelate insoddisfacenti. Forse perché il problema era un dato di fatto e non di teoria: la caduta del potere politico, a vantaggio degli altri poteri e a discapito di coloro che ad altri poteri non hanno accesso (quelli che hanno poco da consumare, ancor meno da risparmiare e un bel nulla da investire – e dunque niente da rallegrarsi, se unica cura dello stato è la tutela del consumatore-risparmiatore-azionista). Forse, infine, perché la risposta dei vincitori – che in un paese delle dimensioni e del peso internazionale dell’Italia si potrebbe definire, per capirsi, il mercatismo delle pulci – era insoddisfacente per definizione. E se non lo era per definizione, lo era di certo per maestre d’asilo e uomini d’affari caduti in disgrazia, come per tutti coloro che nella nuova Italia liberata dall’oppressione della politica – la Seconda Repubblica fondata su libero mercato e meritocrazia – si sarebbero dimostrati incapaci di ottenere soddisfazione da sé. (il Foglio, 26/5/07)




permalink | inviato da ciccio il 26/5/2007 alle 13:8 | Versione per la stampa
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