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Diario


10 febbraio 2007

Balla con lui

Giovanna Melandri perduta in una danza frenetica nella villa africana di Flavio Briatore. La sua fotografia, dopo la goffa smentita inviata all’Espresso, esposta alla pubblica gogna nella Sodoma telematica di Roberto D’Agostino. Dopo quell’ingenua, incomprensibile, imbarazzante bugia. Quel vibrante “Io non ci stavo” vergato con quirinalizio cipiglio sulle pagine del settimanale di Carlo De Benedetti. Inconsapevole harakiri di una turista consapevole, destinata a essere sbugiardata nel giro di pochi giorni, rovinando dalle pagine dell’Espresso alla copertina di Chi. L’implacabile istantanea che ne immortala la danza subito ripresa da tutti i giornali, siti internet, blog.
E tutto per un ballo. Un unico ballo, innocente e fugace. E per l’impulso irresistibile di negare tutto, anche l’evidenza. “Esprimo il mio più profondo rammarico nel leggere la notizia ‘Melandri a Malindi’. Non ho mai soggiornato nella villa di Flavio Briatore a Malindi”. E lui, dopo la pubblicazione della foto, che signorilmente commenta: “Non credo che una persona si debba vergognare di essere venuta a casa mia”. Quella smentita così netta, radicale, antropologica: “Da molti anni, con la mia famiglia, passo il periodo natalizio a Watamu (e non a Malindi) dove abbiamo recentemente acquistato una casa (non certo una lussuosa dimora) da Daria Colombo, moglie di Roberto Vecchioni, con i quali condividiamo passione e impegno per l’Africa”. Daria Colombo, moglie di Roberto Vecchioni: questi sono i miei lari. E Briatore, dopo la pubblicazione della foto: “E’ venuta a cena tre o quattro volte nella mia casa. E’ una donna in gamba, nata a New York, open mind”. Tre complimenti che sono tre stilettate al cuore, per il ministro che frequenta Daria Colombo e Roberto Vecchioni, con i quali – proseguiva la precisazione – io e la mia famiglia “da tempo siamo impegnati a far crescere un piccolo presidio ospedaliero e un’attività di sostegno ai bambini senza casa”. Come sarebbe a dire in gamba, nata a New York, open mind? “In Kenya... ho visto crescere ultimamente la schiera dei ‘turisti consapevoli’ che non si limitano a frequentare bellissime spiagge, ma che si impegnano in tante iniziative di cooperazione e sostegno ai progetti di sviluppo”. E dopo avere citato due straordinarie esperienze che meriterebbero di essere sostenute – “Il progetto World Friends del dott. Gianfranco Morino (volontario da vent’anni in Africa e anche lui turista a Watamu), teso alla realizzazione di un ospedale pubblico a favore della gente delle baraccopoli di Nairobi e l’Associazione Nativo che finanzia cure mediche di bambini sieropositivi a Watamu (c/c postale intestato Amici del mondo World Friends onlus n.47882527 - c/c postale intestato Associazione Nativo Onlus 53880662)” – la conclusione che non ammette repliche: “Questa è la mia Africa”. Conclusione che non ammette repliche perché esistenziale, prima che politica. La mia Africa, quella di gente come Karen Blixen e Meryl Streep, mica Briatore. Quella di Watamu, mica Malindi. Quella della cooperazione, della passione e dell’impegno di turisti consapevoli come Daria Colombo e Roberto Vecchioni. E come Giovanna Melandri, naturalmente. Ma a giudicare dalla foto che ne cattura l’ebbrezza dal vortice della danza, non si direbbe che ballasse al ritmo di “Samarcanda”, quella notte. E probabilmente sarebbe inutile cercare i dischi di Vecchioni, Dalla e De Gregori nella collezione di Flavio Briatore.
Eppure Giovanna ora è lì, su tutti i giornali, ultima vittima del “complesso della schiava nubiana”. Come Ugo Tognazzi. Come il deputato democristiano del film “I complessi”, che per distruggere le prove del passato da attricetta della moglie – fotogrammi che poco si accorderebbero con le sue vibranti campagne in difesa della pubblica morale – finisce in un locale per omosessuali un attimo prima che scatti la retata della polizia, e che scattino le fotografie che lo porteranno sulle prime pagine di tutti i quotidiani. Proprio come lei. Giovanna Melandri, che volteggia attorno al re del Billionaire come i “dervisci tourneurs” di Battiato, quelli che girano sulle spine dorsali, bionda Salome alla corte di Briatore, a chiedere la testa di tutti i predicatori della buona borghesia di sinistra da cui proviene. E ora che tutti l’hanno vista danzare come le zingare del deserto, con candelabri in testa o come le balinesi nei giorni di festa, ora che quella foto l’ha inchiodata a un presente che avrebbe voluto dimenticare, a Giovanna Melandri non resta che un’unica via d’uscita. Talmente semplice che non si capisce come non ci abbia ancora pensato: Fabio Fazio.
E’ lì che deve andare, adesso, Giovanna Melandri. Al fonte battesimale dell’unico conduttore capace di sospirare come una groupie ascoltando Claudio Magris parlargli del Danubio; lacrimare di sincera commozione vedendo Roberto Benigni che gli saltella attorno parlando della Shoà e della topa; gettarsi ai piedi di Nanni Moretti che parla di cinema come fosse Woody Allen, e di Woody Allen che parla del suo ultimo film come fosse Nanni Moretti. Ma soprattutto capace di inorridire con ognuno di loro, e con Umberto Eco, e con Giorgio Bocca, e con Mario Rigoni Stern, per l’imbarbarimento culturale portato dalla televisione, dalla società dello spettacolo, dalla perpetua celebrazione dell’effimero. Fabio Fazio, l’unico capace di singhiozzare su cotante spalle per la perduta Italia, povera ma bella, e per i suoi valori autentici, e poi restare in silenzio. Ricomporsi. Salutare lo scrittore di turno e chiedere alla bella Filippa Lagerback di presentare l’ospite successivo: Flavio Briatore.
Ma Giovanna Melandri non andrà da Fazio. L’occasione per riscattarsi l’ha già avuta, sull’Espresso, e l’ha sprecata. Proprio come una farfalla, si è alzata per scappare. Probabilmente ignorava, Giovanna, la distinzione tra una riunione in Mediobanca e un party in casa Briatore. Forse se li immaginava come una sorta di loggia massonica, gli habitué di simili feste, come una società segreta. Certo non credeva, con quella smentita, che sarebbe stato così facile, poi, inchiodarla a quel ballo. A quel ballo africano, così lontano eppure così vicino. E fa impressione, adesso, certo che fa impressione. E adesso è facile biasimarla, per i vecchi compagni di tante battaglie, party e partiti. Ma quelli erano altri tempi, certo. Altre sbronze, altre danze, altre afriche. Fa impressione, a ripensarci adesso, tutti assieme: Daria Colombo e Furio, i compagni dell’altra Italia e dell’altra America. The way we were. Com’era lei e com’eravamo noi, e come ci siamo ridotti. Tutti. A chiederci come starà adesso Giovanna, se si sentirà ancora sospesa tra Wim Wenders e Sydney Pollack, tra Alice nelle città e La mia Africa. Ma adesso è facile ironizzare. Non eravamo in Kenya, noialtri. O forse invece sì, forse c’eravamo tutti, con lei. In Kenya, in quel momento, mentre scendeva su di noi la notte equatoriale, ed eravamo tutti sudati e felici allo stesso modo, che fosse Woodstock o il Billionaire che differenza fa? In quei momenti, anche la differenza tra Meryl Streep e Simona Ventura, tra Robert Redford e Adriano Galliani può diventare impalpabile come un programma elettorale, sciogliersi e confondersi d’improvviso come rum nella coca-cola, nell’entusiasmo e nel sudore collettivo. Come una lacrima nella pioggia. E chi lo sa poi se qualcosa rimane – e che cosa – di quei sei gradi di separazione, con trentasei gradi all’ombra e praticamente niente da fare per un raggio di cinquecento chilometri in linea d’aria, tra le pagine chiare e le pagine scure della tua vacanza equa e solidale, del tuo turismo consapevole. E cancelli il tuo nome dalla sua facciata, certo, ma è troppo tardi. E confondi i tuoi alibi e le sue ragioni. Le buone ragioni di un fotografo d’occasione spuntato per caso, e che chiedeva pure il permesso, mentre il vento passava sul tuo collo di pelliccia e sulla tua persona. E quando tu, senza capire, hai detto sì. E ormai. Inutile andare da Fazio. La notte sta morendo, ed è cretino pensare di fermare le lacrime ridendo. Non è vero, Giovanna?
Giovanna Melandri non andrà da Fazio a spiegare che ha un carattere giocoso ma anche orgoglioso, non andrà da Vespa a scusarsi pubblicamente con l’Espresso e con Briatore, perché Giovanna Melandri non è Silvio Berlusconi. E non è neanche Barbara Palombelli. Forse le piacerebbe, ma per parlare di mafia da Santoro e di Cogne da Vespa, per essere di sinistra e non sembrarlo, poi fare il contrario e infine tornare se stesse senza mai fare una piega, per fare tutto questo occorre un talento speciale: quello di chi le onde non le cavalca, perché le guida. Barbara Palombelli non avrebbe mai scritto quella smentita. Giovanna Melandri invece l’ha scritta, e per questo ora non può andare da Fazio, né da Vespa, né da Mentana. E tantomeno potrà mettere piede da Serena Dandini. Avanti di questo passo, potrebbe persino trovarci una sua imitatrice, dalla Dandini. Quando s’imbocca la china per il verso sbagliato, chi lo sa dove si finisce? Il gioco leggero dell’immagine ha le sue regole ferree. E questo Giovanna Melandri lo sa. Sa che ha sbagliato, smentendo l’Espresso, e sa che ora deve aspettare.
Sul Giornale, “il Giornale di proprietà della famiglia Berlusconi”, come si dice, l’ha già attaccata Mario Giordano. Un uomo. E poi Libero, e ora anche il Foglio. Tutti berlusconiani. E tutti uomini. La fine dell’incubo è vicina: la campagna berlusconiana, il linciaggio della destra, l’aggressione maschilista – non dimenticare l’aggressione maschilista, Giovanna, mi raccomando. E’ l’ultima occasione, un articolo o due ancora, e tutto tornerà a posto. Walter Veltroni potrà cogliere un’occasione qualsiasi, una delle tante, dinanzi alle telecamere, per esprimere la sua “piena solidarietà a Giovanna Melandri, vittima di una campagna di aggressione personale orchestrata dalla destra”. E dopo la solidarietà politica verrà la solidarietà femminile, e allora tutte le porte torneranno ad aprirsi, anche quella della Dandini.
Il merito della vicenda non ha nessuna importanza. Non contano l’articolo di Maria Corbi sulla Stampa o le frecciate crudeli di tante altre donne e di tanti altri giornali. Non bisogna cadere nella trappola. Bisogna solo rispettare le regole del gioco. Perché non è affatto vero che l’Italia è il paese in cui nessuno rispetta le regole, come dicono i furbi, gli ingenui e quelli che le regole le scrivono, a beneficio degli uni e discapito degli altri. In Italia, come in ogni altra parte del mondo, le regole le rispettano tutti. Le regole non scritte perché non c’è bisogno di scriverle. E’ sufficiente sapere aspettare. Nel giro di pochi giorni questo spiacevole incidente sarà dimenticato, come non fosse mai accaduto, e tutto tornerà a posto. Ed è giusto così. Ognuno ha il diritto di vergognarsi delle frequentazioni e degli amici che preferisce, senza bisogno di farne un caso politico. Succede continuamente, dall’asilo in poi. E’ la solita guerra tra chi non è stato invitato alla festa e non bisogna dirglielo, che c’era una festa e c’erano tutti ed era pure molto divertente, e chi alla festa c’è stato ma non bisogna dirlo lo stesso, soprattutto se c’erano tutti, e tanto meno se si è divertito. Non c’è motivo di preoccuparsi. Finirà tutto come al solito, nel giro di pochi giorni ogni cosa tornerà al suo posto: Briatore a Malindi e Melandri a Watamu. Però che peccato.
Come sarebbe bello, invece, scartare. Per una volta. Un guizzo improvviso. Dimostrare che dietro quel gioco non c’è più niente e nessuno – né aghi di pino, né silenzio, né funghi – e tantomeno quella sottospecie di categoria pseudo-sociologica che si chiama “popolo della sinistra”, che ben poco ha a che fare con la sinistra e ancor meno con il popolo, che si sono inventati i direttori di giornale. Materia per editorialisti, attori e tenutari di cabaret televisivi. Comici e registi consapevoli del loro posto nel mondo e nella filiera della comunicazione, dalla produzione al marketing. Sondaggisti, intellettuali e professori di professione. Politici e imprenditori di se stessi, in questo meraviglioso mondo che chiamiamo industria dell’immaginario e dell’immateriale. Tutti noi, come tante vallette nelle trasmissioni sportive, quando alla fine del blocco il conduttore si ferma, fa il suo nome, e lei sorridendo felice della sua unica apparizione dichiara solennemente: “pubblicità”. Tutte quelle balle sui valori, le idee e gli ideali del cosiddetto popolo della sinistra cui fingiamo di credere, un po’ per pigrizia e un po’ per convenienza, solo per rendere più facile agli altri, e a noi stessi, coprirlo di ridicolo – quel popolo sconosciuto e sfortunato – mostrarne la caricatura pseudo-intellettuale e ipocrita, che poi è soltanto la nostra. Nelle sezioni di Ds e Rifondazione comunista si guardano le partite di calcio e pure il Grande Fratello, in pubbliche visioni a prezzi democratici e popolari. Giovanna Melandri lo sa, ma non lo può dire.
Eppure, in quella danza meravigliosa e travolgente, tra Simona Ventura e Myrta Merlino, che sa così tanto di rito apotropaico – liberaci dal popolo della sinistra, oh Signore, liberaci dalla schiavitù – chissà. Forse pensava anche a questo, Giovanna Melandri. Una donna in gamba, nata a New York, open mind. E forse, mentre si scatenava in quella danza selvaggia, forse ci pensava sul serio, alla rivoluzione. Forse, in quel momento supremo, Giovanna Melandri era davvero la donna in rivolta. Forse pensava davvero che alla domanda fatale, al primo che le avesse chiesto se aveva partecipato a una festa in casa Briatore, e il perché del suo silenzio, e se non aveva intenzione di rispondere, avrebbe replicato semplicemente: “Preferirei di no”. Quella sì che sarebbe stata la rivoluzione. Una risposta semplice, apparentemente furbetta, eppure autentica. Pensate quello che volete, affari vostri. L’inizio di un nuovo grande movimento di emancipazione: la liberazione del pudore. E invece, la sventurata, negò. E la Ventura, di conseguenza, decise di abbandonarla al suo destino, consegnandola – in danzante effigie – al settimanale Chi.
Così almeno scrive la Stampa, e non c’è ragione di dubitarne. La Fortuna aiuta gli audaci, la Ventura gli amici. Se ne potrebbe trarre un aforisma sul valore dell’amicizia. E quell’indignata smentita, così offensiva per l’incolpevole Briatore e per i suoi ospiti – gli altri, quelli che non vanno a casa di Daria Colombo e Roberto Vecchioni, quelli che non praticano il turismo consapevole, quelli che non smentiscono, dopo – per i suoi ospiti, evidentemente, quella smentita deve avere bruciato. Meglio dunque aspettare che le fiamme si abbassino. Non riattizzare l’incendio.
Per questo non andrà da Fazio, Giovanna Melandri. Non ora. Non fino a quando non avrà incassato abbastanza attestati di solidarietà da poter dedicare non più di dieci secondi all’unica, inevitabile domanda in merito: “In questi giorni molti quotidiani, soprattutto di centrodestra, ti hanno pesantemente attaccata…”. E Giovanna Melandri – sentendosi, finalmente, di nuovo a casa – replicherà con tono grave eppure misurato: “Vorrei dire soltanto una cosa su questo. E cioè che personalmente trovo che quando la lotta politica, che dovrebbe essere innanzi tutto battaglia delle idee, confronto culturale, quando la politica, diciamo, raggiunge questi livelli di imbarbarimento, di aggressione personale, ecco, trovo che bisognerebbe fermarsi tutti a riflettere. Anche sull’esempio che diamo ai giovani, che non a caso seguono sempre meno la politica, perché non trovano più quei valori, quegli ideali, quella tensione etica che è invece il sale della vera politica”. Questo dirà Giovanna Melandri, al momento opportuno, da Fazio. E a noi resterà solo un grande rimpianto, assieme all’ammirazione per l’indiscutibile professionalità. E alla serena consapevolezza, nel nostro piccolo, di averle dato una mano, nell’unico momento di tutta la sua sfolgorante carriera in cui ne abbia avuto davvero bisogno. (il Foglio, 10/2/07)




permalink | inviato da ciccio il 10/2/2007 alle 12:25 | Versione per la stampa
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