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Diario


27 giugno 2007

Tutto quello che nessuno ha mai voluto sapere su Walter e Massimo, l’uomo che volle farsi leader e il leader che volle farsi uomo

Roma. All’inizio della scorsa settimana l’intero centrosinistra raccoglieva tra il 30 e il 35 per cento dei consensi, mentre il Partito democratico agonizzava tra il 20 e il 25. Non appena il nome di Walter Veltroni è stato proferito, esattamente sette giorni fa, l’Unione ha superato in volata la Casa delle libertà, il Partito democratico ha recuperato ben 9 punti soltanto in quella mezza giornata e oggi è saldamente attestato tra il 35 e il 40 per cento. Così almeno dicono tutti i sondaggi, pubblicati da tutti i principali quotidiani e ripresi da tutti i più autorevoli commentatori. Chiunque abbia a cuore le sorti del centrosinistra e del Partito democratico, evidentemente, non può che rallegrarsene.
Oggi Walter Veltroni pronuncerà il suo discorso d’investitura al Lingotto di Torino, dove nel gennaio del 2000 celebrò il suo primo congresso da segretario dei Ds, all’insegna del motto di don Lorenzo Milani: “I care”. E dove Massimo D’Alema, che lo aveva incoronato riservando per sé la carica di presidente del partito (oltre che presidente del Consiglio), concluse il suo intervento rivolgendosi ai militanti con parole a dir poco insolite. “Dovete stare tranquilli – disse – che nel momento in cui avremo, e per parte mia avrò, la comprensione di non essere più utili a questa difficile transizione, ci faremo da parte”. Silenzio. “Non ho dubbi, ed è giusto che sia così, che quando quel momento verrà, voi me lo farete capire”. Silenzio. “E io spero di arrivare un minuto prima di voi, a quel doloroso momento. Ma con la serena coscienza, care compagne e cari compagni, di avere servito nella vita politica gli ideali della nostra giovinezza e di avere lasciato ai nostri figli un’Italia migliore di quella che abbiamo trovato”.
A rileggere oggi le sue parole, non si può dire che a quel doloroso momento D’Alema non sia arrivato almeno un minuto prima di tanti suoi sostenitori. Si può invece discutere se l’Italia di oggi – e con essa la sinistra – sia migliore di allora. Personalmente, ne dubito.
Allora era il 16 gennaio del 2000. A sinistra, per fare solo qualche esempio, si discuteva di riforma del welfare – a cominciare dalla riforma del mercato del lavoro e dell’articolo 18 – unità sindacale e privatizzazione della Rai. In politica internazionale, la guerra del Kosovo aveva già visto il governo schierarsi in favore dell’intervento umanitario, rifiutando la logica del pacifismo assoluto. E in economia, la scalata della cosiddetta “razza padana” aveva già visto il governo schierarsi in favore della libertà del mercato, rifiutando la logica dell’interventismo umanitario in difesa dell’enclave torinese, che con lo zero-virgola del capitale pretendeva di governare l’intera Telecom Italia. Palazzo Chigi aveva cioè esplicitamente rifiutato la logica del mercato libero per gli amici e occupato per gli estranei all’establishment riunito attorno alla Fiat (ogni riferimento a vicende più recenti di scalate e campagne di stampa contro i new comers è pienamente voluto).
Non è affatto vero, però, che in questi sette anni e su ognuna di queste battaglie Walter Veltroni non abbia fatto le sue scelte e non si sia impegnato. Il problema, semmai, sta in un dettaglio che spesso si tende a dimenticare. In ognuna di quelle gloriose battaglie riformiste, infatti, se non Veltroni, almeno i veltroniani c’erano eccome. Semplicemente, rispetto ai riformisti, stavano dalla parte opposta. Stavano con la Cgil di Sergio Cofferati, con i girotondi di Nanni Moretti e Micromega, con l’Unità di Furio Colombo. Stavano nel correntone, così chiamato proprio perché nato dalla convergenza tra veltroniani e sinistra ds. E resta un vero mistero, da questo punto di vista, come finora tanti acuti commentatori abbiano potuto rimproverare a Piero Fassino l’eccessiva timidezza nei confronti di quelle posizioni e al tempo stesso elogiare Veltroni, che quelle posizioni aveva organizzate e sostenute; attaccare la direzione di Furio Colombo all’Unità e al tempo stesso lodare Veltroni, che all’Unità lo aveva chiamato; chiedere ai Ds di rompere ogni legame con la sinistra massimalista e al tempo stesso lodare come autentico leader riformista Walter Veltroni, che di quella sinistra era il capo, sia pure dal volontario esilio capitolino.
D’altra parte, come dice il senatore Goffredo Bettini, se un leader del centrosinistra gode di buona stampa, sarebbe ben strano che dai suoi alleati questa qualità gli venisse rimproverata come un difetto. Ed è anche vero che ogni leader politico capace di raccogliere attorno a sé vasti consensi, inevitabilmente, finisce sempre per accogliere in sé anche grandi contraddizioni. Il punto non è dunque indagare come Veltroni abbia accumulato il suo capitale, ma capire come lo spenderà.
E’ un fatto che a pochi giorni dalla lettera dei quattro ministri della sinistra radicale (Fabio Mussi compreso) contro il ministro Padoa-Schioppa, gli ex diessini hanno subito detto che con Veltroni cambia tutto, e quasi quasi nel Partito democratico entrano anche loro. E’ evidente che se Veltroni li accoglierà a braccia spalancate, riaprendo anche nel Pd tutte le trattative che hanno già paralizzato il governo – dal Dpef alla Tav, passando per ogni altra cosa – difficilmente si potrà continuare a definirlo un leader riformista. Se nel suo discorso di oggi, magari rivolgendosi proprio ai suoi ex compagni di partito, Veltroni tornerà a parlare dell’esigenza di “coniugare radicalità e riformismo”, tutto si potrà dire ma non che il futuro segretario del Partito democratico non avrà detto molto chiaramente come la pensa. In compenso, prima che a sinistra si torni seriamente a parlare di unità sindacale, privatizzazione della Rai o riforma della giustizia, tanto per dirne alcune, passeranno forse altri sette anni, e forse anche qualcuno di più.
E’ anche possibile, però, che accada l’esatto contrario. Fino a oggi, infatti, Veltroni è stato sostenuto sia dal presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo, sia dal segretario della Cgil Guglielmo Epifani. I due, nel frattempo, si sono scambiati complimenti quali “difensore di fannulloni” (il primo al secondo) e “padrone delle ferriere” (il secondo al primo). Difficilmente, da segretario del principale partito di governo, Veltroni potrà dare ragione a entrambi. A essere ottimisti, dunque, la si potrebbe considerare un’ottima occasione per dare a entrambi torto, persino per Veltroni, che nel suo nuovo ruolo potrebbe decidere finalmente di incalzare Epifani sulla riforma dello stato sociale – a partire dalle pensioni – e magari, già che c’è, spiegare garbatamente a Luca di Montezemolo che non si trova nella posizione migliore per guidare la rivolta dei piccoli imprenditori vessati dallo stato. Temo però che nel suo discorso di oggi, come sempre, Veltroni userà parole durissime contro la pedofilia e la fame nel mondo, ma parole assai più vaghe sui temi di cui sopra. Parlerà certamente di grandi riforme, ma dubito che ne indicherà una sola, spiegando chiaramente come intenda realizzarla, in che tempi e con quale obiettivo (salvo la “riforma” della legge elettorale, che per ovvie ragioni gli sta molto a cuore). Se però Veltroni si limitasse a spendere due parole per l’unità sindacale, una sola sulla privatizzazione della Rai e mezza sulla giustizia – o su qualsiasi altro tema che sia oggetto di reale controversia nel centrosinistra – si meriterebbe pienamente gli applausi e le unanimi lodi della stampa, che comunque riceverà. Se poi per caso una sola di queste affermazioni gli costasse un paio di critiche e magari anche un due per cento in meno nei sondaggi, dovrebbe essere il primo a rallegrarsene. Nella prematura santificazione sta infatti la più grave minaccia alla sua lunga corsa, e per una ragione elementare. Una campagna vincente deve proseguire in crescendo, procedendo di vittoria in trionfo, e non viceversa. Ma se mentre scrivo l’ultimo sondaggio dà il solo Partito democratico già al 49 per cento (con l’Unione, presumo, attorno al 65) la fregatura è evidente: al primo scivolone sotto il sessanta, cominceranno a parlare di crisi, diranno che Veltroni ha perso il tocco e cose del genere, perché si sa come funziona. Rivolgersi per conferma a Ségolène Royal.
E’ noto che Veltroni avrebbe preferito un altro percorso. L’idea di tornare alla guida di un partito, dopo l’ultima esperienza, si capisce che non lo entusiasma. Il fatto che per coronare il suo sogno – che non è né l’Africa né la guida del Pd, ovviamente, ma la guida del governo – abbia dovuto passare da lì, dall’elezione diretta alla segreteria di un partito democratico che i suoi vertici li sceglie con il voto di tutti, non è un dettaglio da poco. Se poi tutti gli altri dirigenti hanno già deciso o decideranno tra poco di non correre, perché comunque vincerebbe lui o per qualsiasi altra ragione, ebbene, questo lo si può rimproverare a tutti gli altri, ma non a Veltroni. E comunque il fatto che per guidare il maggior partito della coalizione occorra avere i voti non è certo un male. In passato non è stato sempre così e già solo questa sarebbe un’ottima ragione per averlo fatto, questo partito. Non per aderirvi, certo, ma qui comincerebbe forse un altro discorso, su cosa questo nuovo partito sia destinato a diventare. Per capirlo, però, prima bisognerebbe volgere lo sguardo al grande sottotesto di tutto il dibattito di questi giorni, a proposito dei due indiscutibili protagonisti della vicenda: Walter Veltroni e Massimo D’Alema. L’uomo che volle farsi leader e il leader che volle farsi uomo.
Molti sembrano convinti che l’incoronazione di Veltroni sia l’ennesima, brillante e diabolica manovra dell’asse Massimo D’Alema-Franco Marini. A me pare invece che sia solo l’ennesima, brillante e diabolica manovra di Franco Marini, punto e basta. D’altra parte, credo sia anche legittimo che un leader politico come D’Alema prenda atto del coro di voci levatosi in sua difesa da partito, governo e coalizione – un paio in tutto – dinanzi al tentativo di mandarlo in galera, o almeno in esilio, per via delle sue chiacchierate al telefono. E mi pare anche più che legittimo, pertanto, che a un certo punto quello stesso leader politico – dinanzi all’incartarsi di governo, coalizione e partito, ancora una volta, tra rispettive ambizioni e reciproci sospetti – ritenga serenamente di avere già dato. E serenamente decida di passare la mano. Nel frattempo, comunque, si potrebbe scommettere che le polemiche sulla questione morale, sul collateralismo e sul cosiddetto “caso Unipol” (di cui ancora attendo di conoscere i riscontri giudiziari, se ci sono), andranno perdute come vecchi sondaggi, nel silenzioso cimitero delle proteste e dei fischi di tutte le categorie che hanno svernato sulle prime pagine dei giornali. Fino all’arrivo della primavera, sia pur tardivo, in questo caldissimo mese di giugno.
E così, oggi pomeriggio, Walter Veltroni pronuncerà il suo discorso d’investitura al Lingotto di Torino, dove nel gennaio del 2000 celebrò il suo primo congresso da segretario dei Ds, all’insegna del motto di don Lorenzo Milani: “I care”. E questa volta quel motto sarà più valido che mai, per lui e per tutti gli altri, perché a questo punto è chiaro che stanno sulla stessa barca. Il punto è capire se ora, trovandosi sulla stessa barca, i dirigenti del centrosinistra si metteranno a remare di buon accordo o se invece faranno come i naufraghi di un antico apologo, che pure ha qualcosa a che fare con la storia e con l’identità della sinistra. La storia dei marinai abbandonati su una zattera, alla deriva, che finiscono per divenire antropofagi e divorarsi l’un l’altro. L’apologo che Antonio Gramsci, chiuso nel carcere e gravemente malato, dinanzi a quelli che si potrebbero chiamare eufemisticamente “problemi di comunicazione” con il suo partito e persino con i suoi familiari, utilizza in una lettera per spiegare la sua condizione. Per indicare cioè il momento in cui un “mutamento molecolare” della propria personalità, imposto dalle circostanze esterne, appare definitivamente compiuto. E così facendo, forse, Gramsci non parla solo di se stesso, ma pure di quei compagni che lo hanno lasciato solo, abbandonati a loro volta su una zattera, alla deriva, nel mondo grande e terribile degli anni Trenta, tra il terrore staliniano in Unione Sovietica e i regimi nazifascisti in Europa.
E’ evidente che nulla è più lontano di tutto questo dal clima e dalle parole che caratterizzeranno l’irresistibile ascesa veltroniana. Salvo in un punto decisivo: il tema del “mutamento molecolare” – o della “mutazione genetica” – ha attraversato l’intera storia della sinistra italiana. E sempre come uno spettro da allontanare immediatamente, come la più terribile delle minacce, come l’irreparabile rottura di una continuità non solo politica. Non per nulla, quando al congresso di Torino D’Alema annunciava il possibile ritiro suo e di tutto il gruppo dirigente – persone al vertice del partito dacché si chiamava ancora comunista – lo faceva con le parole di Enrico Berlinguer. Quando D’Alema diceva: “… con la serena coscienza di avere servito nella vita politica gli ideali della nostra giovinezza”, infatti, non aveva bisogno di spiegare a nessuno dei presenti l’origine della citazione (una delle più famose dichiarazioni del segretario del Pci, in risposta alla domanda su quale fosse il lato del suo carattere cui tenesse di più). Nel pieno di questa continuità morale e politica, dunque, il gruppo dirigente che con Berlinguer è cresciuto ha estratto ancora una volta da se stesso il leader chiamato a compiere l’ultimo passo di quell’infinita transizione cominciata con la svolta di Achille Occhetto. E poco importa, alla fine, se a questa scelta si arrivi per convinzione o per forza. Importa, invece, se quella zattera approderà infine da qualche parte. E cosa saranno diventati, nel frattempo, quei naufraghi.
Al mito di Berlinguer il futuro segretario del Pd ha dedicato già molti libri e molti discorsi, forse anche troppi. Se questa volta dovesse mancare dal pantheon delle citazioni veltroniane, dunque, non sarebbe un delitto. Mi dispiacerebbe, invece, se nella sfilata di illustri personalità cadute per i propri ideali, tra Bob Kennedy e Martin Luther King, non si facesse nemmeno un accenno ad Antonio Gramsci. A settant’anni dalla sua scomparsa, per un uomo tanto sensibile a simili ricorrenze qual è Walter Veltroni, sempre così attento al significato simbolico di ogni gesto, sarebbe comunque una scelta dal significato simbolico più chiaro di molte altre. (il Foglio, 27/6/07)




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26 giugno 2007

Walterpolitik

Roma. Il segreto del politico Walter Veltroni è tanto semplice quanto ben custodito. Ma a studiarne con attenzione le mosse e la traiettoria, dagli esordi nel Pci al trionfo nel Pd, quel segreto si rivela con l’ineluttabile necessità di una formula matematica. Se solo si sa distinguere tra realtà e rappresentazione, infatti, si capisce che in realtà Walter Veltroni è Massimo D’Alema; nel senso che tutto quello che generalmente si dice del secondo, vero o falso che sia, vale a maggior ragione – molto maggiore – per il primo. Veltroni è infatti, assai più di D’Alema, un politico realista, che del calcolo costante e implacabile dei rapporti di forza fa una religione (fino a rimanerne spesso paralizzato). Ma anche maestro di tattica, capace di trasformare in un istante la propria debolezza in forza e il nemico più irriducibile in prezioso alleato. L’unica differenza è che Veltroni, tutto questo, non lo dà a vedere.
D’Alema conquista la segreteria del Pds come garante del vecchio Pci nel nuovo partito. Oggi si direbbe forse: perché meglio capace di coniugare radicalità e riformismo, tradizione e innovazione. Da questa posizione di forza (e di frontiera) sconfigge Veltroni, già allora sostenuto dai grandi giornali, a cominciare da Repubblica. Di qui in poi le squadre sono fatte e le magliette distribuite: da un lato i dalemiani, cioè l’orgoglio di partito; dall’altro i veltroniani, cioè il nuovo che avanza. E messa così, con il senno di poi, si direbbe che in quel lontano luglio del 1994 Veltroni abbia perso la battaglia, ma abbia già vinto la guerra.
Di qui in poi, comunque, Veltroni non perde un colpo. E i pochi irriducibili che ancora oggi elencano stancamente il suo record da segretario dei Ds – in due anni: sconfitta alle provinciali, disfatta alle regionali e tracollo alle politiche – continuano a non cogliere l’essenziale: non era al partito che pensava, allora, Veltroni. Certo non durante la campagna elettorale delle regionali, che porteranno alla caduta del governo D’Alema. Campagna elettorale che Veltroni passerà in buona parte in Africa, lasciando alla guida dei Ds Pietro Folena (oggi parlamentare di Rifondazione comunista).
Rapporti di forza, attendismo, tattica e strategia: più D’Alema si allontana sulla strada del leader riformista e “blairiano” (secondo l’accusa, sia chiaro), più Veltroni si sposta gradualmente dietro di lui, a occupare le postazioni lasciate scoperte. A partire da quel vasto arcipelago che va sotto la definizione di “intellettuali di sinistra”. Tutta gente che nel 1994 lo considerava un traditore (Veltroni, mica D’Alema), irridendone il kennedismo e la cultura pop, l’idea di partito leggero e all’americana, riservando invece i propri elogi al fine intellettuale D’Alema, al professionista della politica che non rinnega il passato e non tenta di svendere la gloriosa tradizione da cui proviene. Ben presto, però, D’Alema e Veltroni si scambiano i ruoli. Un processo graduale che appare già parzialmente compiuto proprio con la nascita del governo D’Alema e con la guerra nel Kosovo. Ora è lui, D’Alema, il “servo degli americani”, il “rinnegato” che si atteggia a riformista. E Veltroni, nel frattempo, raccoglie e riorganizza le truppe.
Già responsabile informazione nel Pci, quindi ministro della Cultura, non è un caso che tra i suoi più convinti sostenitori ci sia Beppe Giulietti, storico capo dell’Usigrai, il sindacato dei giornalisti del servizio pubblico (o il capo del “partito Rai”, se si preferisce). Ma è come salvatore dell’Unità che Veltroni compie l’atto di più forte valore simbolico (e non solo). Soprattutto dopo la temporanea, traumatica chiusura del giornale. Frutto anche questo, secondo molti, delle spregiudicate manovre dalemian-velardiane. E se D’Alema si scontra con la Cgil di Sergio Cofferati, e magari tenta pure la strada dell’unità sindacale in asse con il segretario della Cisl Sergio D’Antoni, si capisce che per Veltroni si apre l’ennesima, sconfinata prateria.
All’indomani della sconfitta elettorale del 2001, quando i Ds crollano al 16 per cento e il loro segretario vola trionfalmente sul Campidoglio, la filiera è ormai pienamente in funzione: mondo dell’informazione e della cultura, l’Unità, la Cgil. Nel dibattito fratricida che si apre all’indomani della disfatta elettorale, i dirigenti dei Ds e il candidato premier sconfitto Francesco Rutelli sono messi sotto processo. Non certo Veltroni. Al congresso ds di Pesaro il correntone – così chiamato proprio perché nato dalla “confluenza” tra veltroniani e sinistra interna – addebita la sconfitta al candidato Piero Fassino, quasi che fosse lui il segretario uscente. Veltroni non si pronuncia. Fassino vince e torna subito sotto processo, attaccato da Nanni Moretti e dai girotondi, dall’Unità e da Repubblica (che il giorno dopo lo “schiaffo” di Moretti dedica al caso l’intera prima pagina, con quattro – dicasi quattro – editoriali). Rivali potenziali e avversari storici si logorano in una guerra infinita e sanguinosa. Cofferati tenta l’assalto e poi ripiega a Bologna. Da Roma, nel frattempo, la filiera veltroniana continua a produrre consenso, dall’industria dell’immaginario a quella delle costruzioni, dal sindacato alla Confindustria. Libero può anche riportare a tutta pagina gli incontri del sindaco di Roma con Giovanni Consorte, come ha fatto domenica, ma si sa dove stava Veltroni in quella partita. Il suo rapporto con Luigi Abete non ne sarà scalfito, tanto meno quello con Luca di Montezemolo o con Guglielmo Epifani. La sua forza sta in un’opera antica e paziente di organizzazione del consenso e delle alleanze sociali, in una vasta rete di relazioni con il mondo dell’impresa e della finanza. Tutte cose in cui Veltroni è maestro, almeno quanto D’Alema. E che certo non si imparavano a Barbiana. (il Foglio, 26/6/07)




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26 maggio 2007

Crisi della politica e mercatismo delle pulci

In questi giorni si parla molto di crisi della politica e di anni Novanta. Due o tre sere fa – nel giorno in cui il Sole 24 Ore (chapeau) apriva con la notizia delle pene risibili e dei risarcimenti da nulla con cui si chiude il caso Parmalat – alla stessa ora, tutte le trasmissioni televisive d’approfondimento erano dedicate allo stesso tema: i costi della politica, a partire dal best-seller di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, “La casta”. Un dibattito cui molti casti rappresentanti del nostro establishment, negli ultimi tempi, hanno partecipato con entusiasmo. Questo non significa, però, che stiano tornando gli anni Novanta. Se non per altro, per la semplice ragione che non se ne sono mai andati. Tutto sta a intendersi sulla definizione e sulle ragioni di una così tenace persistenza.
Se giornali e telegiornali si riempiono di accuse non provate eppure offerte al pubblico come verità rivelata – a carico di governatori della Banca d’Italia o portaborse, ministri o maestre d’asilo – la spiegazione dei direttori di giornali e telegiornali è sempre la stessa: c’è la libertà di stampa, ci sono leggi e autorità preposte al rispetto delle regole, ci sono codici etici e deontologici. C’è insomma il libero mercato dell’informazione, unica garanzia contro le ingerenze del potere politico. La logica della domanda e dell’offerta impone di pubblicare tutto quello che fa vendere i giornali, perché se non lo faccio io, dice il direttore, lo farà la concorrenza. Il prezzo da pagare è il prezzo della libertà. O si vuol forse sottomettere l’informazione alla politica, con la scusa dell’interesse pubblico?
Se le carceri si riempiono di portaborse e maestre d’asilo senza che a loro carico vi sia un solo “grave indizio”, la spiegazione è sempre la stessa: c’è l’obbligatorietà dell’azione penale, c’è il Consiglio superiore della magistratura, ci sono l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati, uniche garanzie contro le ingerenze del potere politico. Il prezzo da pagare è il prezzo della giustizia. O si vuol forse sottomettere la magistratura alla politica, con la scusa dell’interesse pubblico?
Se il controllo dei principali gruppi economici, che fa capo a una stretta cerchia di persone, viene esercitato in forme non sempre limpidissime, la spiegazione è ancora la stessa: c’è il libero mercato dei capitali, unica garanzia contro le ingerenze del potere politico. C’è tutto il corpus dottrinale che Francesco Giavazzi illustra abitualmente sul Corriere della Sera e che ha recentemente spiegato anche al Foglio: il governo si deve preoccupare soltanto di tutelare consumatori, azionisti e risparmiatori, con la concorrenza e con la “costante vigilanza di organismi come la Consob”. Ecco, verrebbe da dire, appunto. “La catena di controllo della Telecom, che tutti considerano scandalosa – spiega Giavazzi – non è frutto della diabolicità di Marco Tronchetti Provera, ma di una cornice legale che consente il ricorso a certe alchimie”. Argomento che si sarebbe potuto suggerire anche al povero preside che in quegli stessi giorni Giavazzi ha attaccato sul Corriere, per la sporcizia delle aule in cui ha accolto il convegno “Economia e società aperta”: se le aule erano sporche e i bagni maleodoranti, avrebbe potuto replicare il preside, ciò non era frutto della sua diabolicità, ma di una cornice legale che lo consente.
Quando ho esaurito la serie delle spiegazioni, diceva il filosofo, arrivo allo strato di roccia, e la mia vanga si piega. Lo strato di roccia è la banale realtà delle cose, sotto gli occhi e dentro le tasche di tutti. Ci sono due modi di affrontarla: il primo è dire che questo è il migliore dei paesi possibili, perché c’è l’Ordine dei giornalisti, c’è il Csm e c’è la Consob. Il secondo è dire che questo è il peggiore dei paesi possibili, perché c’è l’Ordine dei giornalisti, c’è il Csm e c’è la Consob. Nel mezzo si sistemino pure tutte le sfumature del caso, ma non si dica che accade lo stesso in tutto il mondo. Perché quello che in tutto il mondo non accade – per universale ammissione sia del mondo sia dei commentatori italiani – è precisamente quello che invece da molti anni accade regolarmente in Italia: per esempio, il fatto che le uniche condanne effettivamente eseguite sono quelle emesse dal tribunale dell’informazione, senza l’intralcio di regolari processi. E se l’unica garanzia contro questa spirale sta nel pluralismo – politico, economico e culturale – ebbene, è un vero peccato che in Italia tale pluralismo non esista. E certo non sboccerà dall’applicazione dei principi del libero mercato così come sono stati applicati finora, con scarsissimi benefici per la collettività, come testimonia il bilancio stilato da Giuseppe Rao sul Foglio di mercoledì 9 maggio, e prima di lui da Massimo Mucchetti nel saggio “Licenziare i padroni?”.
Si può obiettare che non si stava meglio quando si stava peggio, con le inchieste insabbiate nei “porti delle nebbie”, gli sprechi del “capitalismo di stato”, la deferenza dell’informazione. Ma è un circolo vizioso. Alla fine si tratterebbe solo di scegliere tra Marco Travaglio e Cesare Previti, tra Francesco Giavazzi e Paolo Cirino Pomicino, tra Paolo Serventi Longhi e Gianni Letta.
Di nuovo, esaurite le spiegazioni, si arriva allo strato di roccia. E cioè agli anni Novanta. E’ da lì in poi, infatti, che tutte le vanghe si piegano, a partire dalla domanda se quella stagione segnò la rinascita della giustizia o la morte del diritto, la primavera della libertà di stampa o il suo asservimento, il trionfo dell’economia e della società aperta o l’era Eltsin della nostra democrazia. Quali che siano le risposte, certo è che le domande sono rimaste le stesse. Forse perché ambedue le risposte, nuovista e passatista, si sono rivelate insoddisfacenti. Forse perché il problema era un dato di fatto e non di teoria: la caduta del potere politico, a vantaggio degli altri poteri e a discapito di coloro che ad altri poteri non hanno accesso (quelli che hanno poco da consumare, ancor meno da risparmiare e un bel nulla da investire – e dunque niente da rallegrarsi, se unica cura dello stato è la tutela del consumatore-risparmiatore-azionista). Forse, infine, perché la risposta dei vincitori – che in un paese delle dimensioni e del peso internazionale dell’Italia si potrebbe definire, per capirsi, il mercatismo delle pulci – era insoddisfacente per definizione. E se non lo era per definizione, lo era di certo per maestre d’asilo e uomini d’affari caduti in disgrazia, come per tutti coloro che nella nuova Italia liberata dall’oppressione della politica – la Seconda Repubblica fondata su libero mercato e meritocrazia – si sarebbero dimostrati incapaci di ottenere soddisfazione da sé. (il Foglio, 26/5/07)




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19 aprile 2007

Cinque leggi fondamentali della politica che i Ds non violeranno mai

Da quindici anni a questa parte, la legge fondamentale della politica italiana dice che si può discutere soltanto di parole e si può parlare soltanto di regole. Una legge inviolabile che Ds e Margherita hanno finora scrupolosamente rispettato. Da anni, infatti, il dibattito sul Partito democratico si concentra quasi esclusivamente su questi due aspetti: il nome e le regole. Il congresso dei Ds che si apre oggi a Firenze, verosimilmente, non farà eccezione.
La seconda legge fondamentale della politica italiana, almeno per la sinistra, dice semplicemente: tutto torna. Tornano Gino Strada e Michele Santoro, tornano Mario Segni e Antonio Di Pietro, tornano Dario Fo e Franca Rame. Prima o poi – si accettano scommesse – torneranno persino i girotondi, magari con Beppe Grillo al posto di Nanni Moretti, casomai su Telecom dovessero esserci delle sorprese. Il Corriere della Sera ha già cominciato l’appello. In merito al riassetto della proprietà della nostra principale azienda tecnologica, infatti, il primo quotidiano del paese ha già cominciato a sentire gli autorevoli pareri di Lidia Ravera e Sabina Guzzanti. Torneranno anche loro, naturalmente, come sono già tornati i no global che a Vicenza hanno ottenuto la prima crisi del governo Prodi. Andremo avanti così ancora per un po’, fino alla prossima crisi, e poi c’incontreremo come le star – tutti quanti – da Fabio Fazio o da Serena Dandini, a discutere i guai di questo paese, a ripetere che in Italia c’è bisogno di un profondo rinnovamento e a ridere fragorosamente.
La terza legge fondamentale della politica italiana, ben evidente nel congresso dei Ds, dice che non esiste anagrafe. Fabio Mussi e Gavino Angius, e con loro tutta la sinistra storica che a suo tempo si batté fieramente contro la svendita dell’identità comunista, sono socialisti sin dalla più tenera età, il socialismo europeo è il cuore della loro identità, il mondo in cui sono nati e cresciuti. A ulteriore dimostrazione dell’importanza rivestita dalla terza legge nel nostro dibattito politico, la paternità di quel Partito democratico che in questi giorni dovrebbe muovere i primi passi nei congressi di Ds e Margherita, nonostante tutte le prove contrarie, è universalmente riconosciuta a Michele Salvati.
La vicenda ha un valore esemplare. Nel suo famoso appello pubblicato sul Foglio anni fa, infatti, il professor Salvati invitava i riformisti dei Ds a promuovere una scissione, abbandonando il partito al correntone guidato allora da Sergio Cofferati. Per fortuna, siccome a nessuno piace suicidarsi, nessuno seguì il consiglio. E la minoranza è passata nel frattempo dal 34 al 15 per cento. Salvati partiva invece dall’assunto che ai riformisti dei Ds non restasse altra via che la fuga, sommersi dalla piena irresistibile del correntone. Meglio sarebbe stato titolare l’articolo semplicemente: i sommersi e Salvati. Avrebbe reso più chiaramente l’idea ed evitato inutili equivoci. Ma soprattutto avrebbe evitato l’equivoco della personalizzazione. Tra le condizioni indispensabili per la nascita del Partito democratico, infatti, Salvati metteva la definitiva emarginazione di Massimo D’Alema e Franco Marini. Come tutti sanno, i congressi di Ds e Margherita che nei prossimi giorni daranno il via alla costruzione del Partito democratico segnano il trionfo di D’Alema e Marini. Ma forse, almeno per D’Alema, sarà un trionfo tardivo.
La quarta legge fondamentale della politica italiana dice che tutte le partite proseguono a oltranza, fino allo sfinimento dei contendenti. Dal 1992, come in tanti altri paesi, al centro del dibattito pubblico sta lo scontro tra vecchio e nuovo. La caratteristica italiana è però che lo scontro tra vecchio e nuovo può ipostatizzarsi, e persino i rappresentanti del nuovo rimanere gli stessi, ininterrottamente, per oltre tre lustri. Non solo a sinistra. A destra, per esempio, la lotta tra Silvio Berlusconi e Pier Ferdinando Casini viene raccontata ancora oggi come lo scontro tra il Cavaliere del nuovo che viene dall’impresa da un lato e la vecchia politica dall’altro. E pazienza se nel frattempo Berlusconi è stato due volte presidente del Consiglio. Il Partito democratico è innanzi tutto il tentativo di uscire da questa dinamica perversa in cui i custodi del vecchio che non vuole morire e gli alfieri del nuovo che è avanzato, alla fine, invecchiano e muoiono insieme. Una dinamica perversa che come un virus si è riprodotta all’interno di quello stesso partito che avrebbe dovuto superarla, ancor prima della sua nascita.
Non a caso, dalla fine degli anni Ottanta a oggi, l’ultimo gruppo dirigente del Pci – oggi destinato a coincidere per sempre, curiosamente, con l’ultimo gruppo dirigente dei Ds – ha dato vita a un numero considerevole di svolte, nuovi inizi e nuovi partiti. A chi di recente glielo ha fatto notare, D’Alema ha replicato: “A noi è toccato di vivere in un’epoca di grandi cambiamenti”. E quando nel mondo tutto cambia – ha concluso – non c’è niente di peggio che restare fermi.
Nel mondo sarà pure andata così. Ma in Italia, almeno negli ultimi quindici anni, non pare essere cambiato granché. I grandi cambiamenti sono avvenuti tra il 1989 e il 1992. Tra tante altre cose, il Muro di Berlino e l’Unione sovietica nel mondo, la Democrazia cristiana e l’intero sistema politico in Italia, con la loro caduta, hanno prodotto persino la nuova versione di un’antica filosofia della storia: il crollismo. Un’ideologia che si potrebbe riassumere così: tutto crolla, inutile dunque preoccuparsi più di tanto. La storia è azzerata, ogni richiamo al passato insignificante, perché tutto è crollato e di conseguenza tutto è nuovo. Almeno con il senno di poi, però, l’impressione è che in quella fase decisiva – tra l’89 e il ’92 – il Pci guidato da Achille Occhetto, semplicemente, si sia schierato dalla parte sbagliata. Tra il serio e il faceto si potrebbe dire che l’errore fu quello di buttarsi a destra: con le grandi procure, i grandi giornali e il grande capitale. Quello che è venuto dopo è stato in gran parte il tentativo di rimediare a un simile errore, che Occhetto ha pagato di persona, unico esponente di quel gruppo dirigente costretto a cedere il passo.
A D’Alema forse andrebbero riconosciuti il merito di avere tentato di correggere la rotta, il limite di esserci riuscito solo in parte e soprattutto, alla fine, la colpa di essere stato sconfitto. Avendo fatto in questo difficile percorso tante cose giuste e tante cose sbagliate, dopo la sua sconfitta alle regionali del 2000 in tanti gli hanno presentato il conto. Perché alla lunga, in politica, le cose giuste si pagano. Specie quando si viene sconfitti.
Così si spiega forse la lunga stagione della regressione infantile patita dalla sinistra italiana in questi anni, tra morettismo e cofferatismo, con la riscoperta della retorica occhettiana del nuovo che avanza, il riformismo che si coniuga con la radicalità e la radicalità che si congiunge con il riformismo, i valori e le carovane, fino alle recenti disquisizioni sulla fusione fredda che dovrebbe essere calda e l’acqua calda che dovrebbe essere fredda. E questo spiega anche perché il percorso verso il Partito democratico, annunciato pubblicamente da Romano Prodi e da Massimo D’Alema nell’estate del 2003, si è rivelato tanto lungo e impervio. Se alla fine questo benedetto partito si costituirà entro la primavera del 2008, come ora si dice, ci saranno voluti esattamente cinque anni. Un’intera legislatura.
E tutto per paura delle parole. Per questo alla fine, nella migliore delle ipotesi, ci saranno voluti cinque anni, cioè sessanta mesi, cioè milleottocentoventicinque giorni: per abituarsi all’idea. Non per andare “Oltre il socialismo”, come recita il titolo del libro di Antonio Polito, ma per andare semplicemente oltre Ds e Margherita, due partiti che non hanno nemmeno dieci anni di vita e che pure sono già ampiamente logori, perché i loro confini non hanno più senso. E il libro di Polito ne è la dimostrazione.
A chi gli facesse notare che “oltre il socialismo c’è solo il capitalismo”, infatti, l’autore ha già spiegato su queste pagine che risponderebbe: “Esatto”. Ma forse non ha capito la domanda. Perché in quella battuta l’accento non va su “capitalismo”, ma su “solo”. O forse, invece, Polito la domanda l’ha capita benissimo, e per questo dà quella risposta, che probabilmente sarebbe la stessa di tanti liberali che stanno nei Ds, da Enrico Morando a Umberto Ranieri. D’altra parte Dario Franceschini, Pierluigi Castagnetti e tanti altri suoi compagni di partito nella Margherita, verosimilmente, darebbero una risposta diversa. E cioè la stessa della maggior parte dei Ds. E cioè che il capitalismo “da solo” non è una politica. O almeno non è una politica auspicabile. Questo è il motivo per cui i confini tra i due partiti non hanno più senso. Ed è anche il motivo per cui Polito uscirà dalla maggioranza della Margherita per entrare nella minoranza del Partito democratico. Perché oltre la prefazione di Nicola Rossi e oltre il suo saggio, per dirla con una battuta, c’è la postfazione di Francesco Giavazzi. Ma tutto questo era già chiarissimo nell’estate del 2003.
Nel giorno in cui si apre il congresso dei Ds è dunque lecito domandarsi che cosa si sia combinato nel frattempo, dall’estate del 2003 a oggi. A parte discutere del nome e delle regole, s’intende. Non si è evitata la scissione del correntone, si è perso per strada lo Sdi (al quale si è unita invece proprio la minoranza diessina contraria al Partito democratico), non si sono conquistati maggiori consensi nel paese (anzi) e non si sono vinte le elezioni, se non per un soffio. Quel soffio che oggi pare sufficiente a far tremare il governo e l’intera maggioranza. Davvero la responsabilità di tutto questo ricade interamente ed esclusivamente sulle spalle di Francesco Rutelli? Davvero, all’indomani di quelle primarie che tutti i giornali avevano pronosticato come un fiasco e che furono invece un trionfo, non era possibile qualcosa di più del solito compromesso burocratico e schizofrenico, con la lista unitaria alla Camera sì e al Senato no? In molti ritengono che se allora si fosse presentata la lista dell’Ulivo sia alla Camera sia al Senato, oggi la maggioranza sarebbe tale in entrambi i rami del Parlamento. E’ un punto di vista discutibile, ovviamente, sebbene la differenza dei risultati tra le due camere non sembri spiegabile solo con la differenza nel corpo elettorale. Quello che però sfugge è che cosa si sia guadagnato facendo il contrario, presentando cioè i simboli di Ds e Margherita al Senato, dove hanno preso tre punti percentuali in meno rispetto alla lista unitaria presentata alla Camera.
Adesso è tutto più difficile. Oggi si apre l’ultimo congresso dei Ds, il cui segretario ha passato buona parte della campagna congressuale a spiegare, per rintuzzare le critiche della minoranza, che questo non sarebbe stato l’ultimo congresso dei Ds. Per un interminabile istante si è concretamente affacciata l’ipotesi di celebrare due congressi, uno per decidere se costruire il Partito democratico e uno per decidere come. Lo stesso accadde a suo tempo con il Pds. Non c’è bisogno di aggiungere altro.
Resta il fatto che alla fine, se tutto va bene, si saranno persi cinque anni. E nei quattro già trascorsi le condizioni sono peggiorate, infinitamente peggiorate, rispetto al 2003. Ma probabilmente è proprio per questo che oggi il Partito democratico si può fare. Anche il tragico 17 per cento toccato dai Ds, da questo punto di vista, può avere reso le cose più facili. Ma se è vero che nelle epoche di grandi cambiamenti non c’è nulla di peggio che restare fermi, anche restare fermi nelle epoche in cui tutto è fermo, a pensarci bene, non pare una grande idea.
Ma forse la verità è semplicemente che le epoche di grandi cambiamenti non esistono. Se infatti i grandi cambiamenti si succedono a ritmo sfrenato, le cose sono due: o i cambiamenti successivi sono la conseguenza dei cambiamenti precedenti, e allora non c’è motivo di dirli grandi, oppure non lo sono, e allora non erano grandi i cambiamenti precedenti. Tali, cioè, da segnare un’epoca. E’ come se qualcuno ci dicesse di un amico comune, per quindici o per trenta anni di fila, che “sta attraversando una fase di transizione”. Probabilmente ognuno di noi, alla lunga, sarebbe portato a nutrire qualche dubbio sulla serietà di una simile diagnosi, prima che sulla condizione dell’amico. Ma questo è un problema che certo non riguarda soltanto la sinistra. La ricchissima pubblicistica sulla transizione italiana, infatti, si divide pressoché interamente tra chi ne data l’inizio al 1976 e chi al 1992.
Un paese che si autodefinisce in transizione per trent’anni filati di sicuro non brilla per la lucidità del suo dibattito pubblico. In attesa che qualche direttore di giornale scriva un libro di memorie su quelle stagioni, rievocando magari – per cambiare – la prima monetina scagliata contro l’ingiustizia, sarebbe però inutile illudersi in una parola sull’argomento dal congresso dei Ds. La sinistra italiana in questo è purtroppo lo specchio del paese: conosce solo la gogna e il pantheon. E in mezzo, il nulla.
Molti commentatori attribuiscono la colpa di tutto questo all’attuale gruppo dirigente, manifestando la convinzione che le nuove leve – se solo se ne desse loro l’opportunità – saprebbero tirare fuori la sinistra da simili secche. In molti hanno osservato in questi mesi che Massimo D’Alema, Piero Fassino e Walter Veltroni hanno fatto il loro tempo. Ma si potrebbe dire lo stesso dei vertici della Margherita e di tutti i maggiori partiti italiani (a questo proposito, e giusto per variare un po’ il menu, qualcuno ricorda la data dell’elezione a segretario di Gianfranco Fini?). A pensarci bene, si potrebbe dire lo stesso anche di Paolo Mieli, Ezio Mauro e Giulio Anselmi alla guida dei principali quotidiani del paese. E forse si potrebbe dire altrettanto persino dei rispettivi editori, che da qualche decennio – nel poco tempo che lascia loro libero il duro impegno nell’editoria – controllano tutto quello che c’è da controllare nel capitalismo italiano. Lo si potrebbe dire e lo si potrebbe tacere, cambierebbe poco comunque, perché alla fine è soltanto un gioco. Funziona così: si sta tutti seduti in circolo, tenendosi per mano, immobili come statue di gesso. A turno qualcuno si alza in piedi e rivolgendosi a quelli che gli stanno davanti esclama: “Sempre le stesse facce!”. E torna a sedersi. Questo è il motivo per cui la polemica sul fatto che il gruppo dirigente diessino è sempre lo stesso dagli anni Ottanta, alla fine, non risulta molto convincente.
Fatto sta che in Italia si sente dire sempre più spesso che i gruppi dirigenti al potere hanno fatto il loro tempo. Come se fosse cosa da poco, poi, fare il proprio tempo. Nella politica come in ogni altro campo, i giovani quarantenni e cinquantenni che dietro quei dirigenti sono invecchiati, per esempio, non ne sono stati capaci. Almeno fino a oggi, nessuno di questi giovani leoni ha segnato non diciamo l’epoca, ma neanche la settimana. E non si vede per quale ragione adesso, secondo l’ultima moda di certi appelli generazionali, dovremmo pure premiarli, invitando gli altri a farsi da parte (alla Salvati). Le classi dirigenti si dicono tali perché dirigono. Se non piace la direzione da loro intrapresa, si facciano avanti dirigenti migliori. Ma se questi non sono nemmeno capaci di farsi avanti, vuol dire semplicemente che non sono migliori. Al massimo sono buoni per attendere disciplinatamente il momento della cooptazione, che poi è proprio quello che hanno scelto di fare. E saggiamente. Nel frattempo, pertanto, non c’è motivo di dare loro il tormento. Se non dispongono nemmeno di un biografo capace di dare ai loro ritratti titoli improbabili tipo “Lo statista”, “L’irresistibile” o “L’industriale”; se non hanno al loro seguito nemmeno un paio di giornalisti d’inchiesta capaci di passare al setaccio per mesi tutte le magagne dei loro avversari; se insomma non possono ancora esibire nemmeno uno degli status symbol che adornano i salotti della nostra classe dirigente, evidentemente, il loro tempo non è ancora venuto. Pazienza.
In verità non c’è motivo di sorprendersi. E’ la quinta legge fondamentale della politica italiana: c’è sempre tempo. Una legge che la sinistra ha assorbito fino al midollo. E questa è anche la vera causa di tutti i guai di un partito arrivato quasi morto a un appuntamento annunciato con cinque anni di anticipo. Il corollario della quinta legge della politica corrisponde infatti alla prima massima della sinistra italiana: disgraziati i primi, perché saranno gli ultimi. (il Foglio, 19/4/07)




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21 marzo 2007

Scandali, fotografie e intercettazioni nel giornalismo di relazione

Dinanzi all’abbondante spettacolo di intrallazzi, trans e ricatti offerto recentemente dalle prime pagine di tutti i giornali – le prime dieci, a tenersi bassi, in quelli più compassati – volendo mantenere lo stesso stile, potremmo limitarci a osservare che questo paese sta andando a puttane. Dinanzi a un simile spettacolo, che è già diventato un classico – a occhio e croce va in onda più o meno regolarmente dall’estate del 2005 in poi – potremmo limitarci a filosofare sulla libertà di stampa e sulla spietata concorrenza che caratterizza, com’è noto, il nostro mercato dell’informazione. Quella concorrenza implacabile che obbliga tanti direttori a pubblicare loro malgrado tonnellate di intercettazioni preconfezionate, verbali d’interrogatorio, dossier illegali e ogni sorta di spazzatura. Quella concorrenza asfissiante che li costringe – tra indicibili sofferenze dell’animo – a sputtanare personaggi dello spettacolo e della finanza, politici e portaborse, miss e governatori della Banca d’Italia: una varia umanità che il più delle volte è accomunata soltanto dalla sgradevole circostanza di non avere commesso alcun reato, spesso non essendo nemmeno accusata di averne commessi. Assieme a persone che hanno compiuto fior di crimini, s’intende, e che tuttavia meriterebbero il carcere – possibilmente dopo un regolare processo – non la pubblica gogna. Fatto sta che la maggioranza di coloro che finiscono sui giornali, comunque, non ha fatto un bel nulla; salvo non rientrare in altra e pur nutrita categoria di persone, per le quali le dure leggi della libertà di stampa e la spietata concorrenza del mercato dell’informazione, a quanto pare, non valgono.
Dinanzi allo spettacolo offerto dalle prime pagine di tutti i giornali, almeno negli ultimi due anni, potremmo legittimamente decidere di prenderci in giro. Esiste una vasta bibliografia in merito. Ma è anche possibile fare una scelta diversa. In merito, va detto, la bibliografia è meno corposa. Questa però dovrebbe essere una ragione di più per scegliere un percorso di ricerca originale, secondo la logica della domanda e dell’offerta, come si conviene a un giornalismo regolato da quella stessa anglosassone mano invisibile che provvede – come il professor Giavazzi c’insegna – alla migliore allocazione delle risorse, a beneficio del sistema e dell’intera collettività. Comincerei dal ’92-93, perché è dal biennio di Tangentopoli che comincia la storia che passa per le scalate del 2005 e le scopate del 2007. Per farla complicata, si potrebbe partire dalla nozione di “equilibrio di forze a prospettiva catastrofica”. Per farla più semplice, si potrebbe partire dalla domanda: chi comanda in questo paese?
Se proprio vogliamo, possiamo credere che fino a ieri – nel mondo dello spettacolo – comandassero Lele Mora e Fabrizio Corona. Così come fino all’altro ieri – nel mondo della finanza – comandavano Stefano Ricucci e Gianpiero Fiorani. Così come oggi – nel mondo della politica e nell’Italia tout court – comandano Silvio Berlusconi e Massimo D’Alema, segretamente alleati per promuovere ai vertici della finanza, dell’editoria e dello spettacolo gente del calibro di Gianpiero Fiorani, Stefano Ricucci e Lele Mora (salvo scaricarli una volta caduti in disgrazia, come prevede il copione). E’ una lettura che ha una sua indiscutibile razionalità, perché fondata su una coerente interpretazione del passato: Berlusconi e D’Alema al posto di Craxi e Andreotti; Henry John Woodcock al posto di Francesco Saverio Borrelli; la libera stampa semplicemente, e sistematicamente, al posto giusto al momento giusto. Quella libera stampa su cui campeggia ogni giorno la foto dell’intrepido Woodcock a cavallo della sua Harley Davidson, con occhiali a specchio e aria da Marlon Brando, proprio là dove un tempo campeggiava Borrelli in posa equestre e napoleonica, con occhiali da vista e aria da caccia alla volpe.
Possiamo credere a tutto questo, a patto di accettarne per intero il corollario: il problema storico di questo paese è la corruzione della politica, che per cinquant’anni ha oppresso le forze sane dell’economia e della società civile, e che ancora oggi tenta di opprimerle. Il marcio sta dunque nella politica – tutta intera e senza distinzioni, additata all’esecrazione popolare sotto la definizione squisitamente reazionaria di “classe politica” – e nei partiti maggiori innanzi tutto, responsabili di quei crimini che per il passato vanno sotto la categoria di “consociativismo” e per il presente di “inciucio”, nella sostanza intercambiabili. Se così stanno le cose, salvo magari qualche episodica eccezione, qualche inevitabile degenerazione, le intercettazioni e tutta la spazzatura che da anni riempie i giornali non è affatto spazzatura, ma un nettare prezioso e ricostituente, e chi le raccoglie e chi le pubblica rende un servizio al paese. Non si tratta dunque di una ragnatela di ricatti che finisce per renderci tutti schiavi, ma al contrario di quella verità che sola ci renderà liberi. In questo schema, i buoni sono – sempre e comunque – i magistrati, i giornalisti e i politici schierati a loro sostegno. I buoni sono i sostenitori di una nuova “questione morale”. Quella questione morale che finalmente sarebbe emersa in tutta la sua portata anche a sinistra – all’inizio di questa nuova stagione di intercettazioni legali e illegali, veleni e veline – con il coinvolgimento di Giovanni Consorte e della sua Unipol nelle scalate dei cosiddetti “furbetti” e nelle manovre del governatore Fazio nel 2005.
Per la verità, a me pare che Giovanni Consorte e l’Unipol, con la scalata di Fiorani all’Antonveneta e di Ricucci alla Rcs, non c’entrassero nulla, come ampiamente documentato dai verbali dei relativi consigli di amministrazione, dall’incompatibilità delle date tra le mosse del primo e quelle dei secondi, dalle scelte diametralmente opposte compiute dallo stesso Consorte rispetto agli scalatori con cui avrebbe dovuto “concertare”, e da tante altre cose. Detto questo, mi guardo bene dal mettere la mano sul fuoco per un uomo accusato di molti gravi reati. Noto però che in compenso Consorte non è accusato e nemmeno sospettato di avere lasciato che al vertice della sua compagnia si costituisse – alle dirette dipendenze di uomini di sua stretta fiducia – alcuna centrale clandestina dedita a spiare e ricattare, con spezzoni dei servizi segreti, tutti i suoi avversari nella finanza e persino tra i giornalisti, oltre a fornire i propri servigi a un ben più vasto mercato di spioni e ricattatori, che con i loro dossier hanno punteggiato tanta parte delle inchieste che hanno riempito le pagine dei giornali in questi anni: dalla Regione Lazio ai Savoia, passando per veline e calciatori, e per le banche. Ovviamente.
Da qualche tempo, prima che le vicende di Lele Mora e Fabrizio Corona me ne distogliessero, amavo immaginare la telefonata tra Nout Wellink e Rijkman Groenink, supponendo che il primo abbia telefonato al secondo prima di annunciare pubblicamente l’intervento con cui – da governatore della Banca d’Olanda – avrebbe bloccato l’avanzata dei fondi speculativi contro l’Abn Amro di cui Groenink è a capo, per difenderne l’olandesità. Immaginavo che quest’ultimo, sinceramente commosso, a quel punto si fosse abbandonato a una più che comprensibile esclamazione di giubilo tipicamente fiamminga, che tra me e me traducevo con “ti bacerei in fronte”. Immaginavo e supponevo, tra me e me, perché come siano andate realmente le cose, ovviamente, non lo sapremo mai. Nessuno dei due, infatti, era intercettato.
Fortunatamente, però, in Italia abbiamo l’indipendenza della magistratura. La mano invisibile dell’obbligatorietà dell’azione penale – come il professor Travaglio potrebbe insegnarci – garantisce la migliore allocazione delle risorse investigative, a beneficio dello stato di diritto e di ciascuno di noi. A me però resta un dubbio, che ha cominciato a rodermi sin dalla prima ondata di intercettazioni e interrogatori del caso divette e divani, e soprattutto dinanzi al generale stupore che ha accompagnato la scoperta del fatto che buona parte degli scoop sulle stelle del nostro spettacolo – ma chi l’avrebbe mai detto – sono concordati.
Come ha scritto Guia Soncini, per soffrire dei problemi di quell’industria chiamata star system servono due cose: ci vogliono le star, e ci vuole l’industria. In Italia, per gli scoop di cui sono pieni giornali e settimanali, semplicemente, non c’è mercato: appostamenti di ore e inseguimenti in elicottero li paghi per una foto compromettente di Tom Cruise, che poi rivendi in tutto il mondo a peso d’oro, non per quelle di Alba Parietti.
A me pare che il ragionamento continui a non fare una piega, e che si presti perfettamente anche alle vicende del 2005: per commettere un reato contro il mercato, si potrebbe dire, bisogna che ci sia un mercato. Parlare di “asimmetria informativa” in un mercato finanziario in cui la stessa dozzina di famiglie nomina i consigli di amministrazione di tutte le principali industrie, banche e gruppi finanziari del paese è ridicolo; parlare di reati come “aggiotaggio informativo” in un paese in cui tutti i maggiori quotidiani sono controllati direttamente dalla dozzina di cui sopra è perlomeno singolare; parlare di “insider trading”, in un mercato siffatto, equivale a chiedere a una persona, nel momento in cui decide come e dove investire i suoi soldi, di farlo senza tenere conto di decisioni che non può ignorare, per il semplice motivo che è stata lei a prenderle.
Non sono un sostenitore delle teorie cospirazioniste. Credo però che dal ’92-93 in avanti, quando esplode in Italia la crisi dello stato-nazione di cui tanto si era parlato nei decenni precedenti, si sia aperto un conflitto che non si è ancora concluso. Non penso ci sia dietro alcuna regia, penso semmai che ce ne siano troppe, che è come dire nessuna. Equilibrio di forze a prospettiva catastrofica.
Forse è vero che in Italia non si può fare la rivoluzione “perché ci conosciamo tutti”. Giornalisti, magistrati, industriali e banchieri. In un certo senso, quella di cui sono accusati Lele Mora e Fabrizio Corona, a pensarci bene è l’unica forma di guerra civile possibile in Italia. E’ l’ultimo stadio del giornalismo di relazione, naturale sottoprodotto del capitalismo di relazione, che genera a sua volta una politica di relazione. Dal Tiger Team di Giuliano Tavaroli e Fabio Ghioni ai transessuali del marito di Nina Moric. In fondo è lo stesso campo da gioco, lo stesso campionato e lo stesso sport.
Personalmente non ho mai creduto che dietro le rivelazioni sulle presunte relazioni di un calciatore miliardario con una velina mancata vi fosse la mano invisibile del mercato del gossip e dell’informazione. Una cosa però è chiara: se tutto questo gigantesco meccanismo sta in piedi – dal Tiger Team ai trans – è solo grazie ai giornali e ai giornalisti. Senza di noi, tutta questa enorme produzione di spazzatura a scopo di ricatto non avrebbe un mercato di sbocco. Rimarrebbe invenduta. Per la legge della domanda e dell’offerta. Ed è per questo che la favola della concorrenza spietata e del “se non lo pubblico io poi lo fanno gli altri e io come faccio”, in un mondo in cui ci si telefona tutti prima di stampare persino la pagina dei programmi televisivi, fa ridere. Come se l’obiettivo dei giornali fosse vendere copie. Come se tutti i maggiori imprenditori italiani che buttano miliardi nei quotidiani lo facessero in attesa di chissà quale ritorno sul capitale. Come se esistessero i lettori. Suvvia. (il Foglio, 21/3/07)




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7 marzo 2007

Il Senato ha dato la fiducia a Prodi, ma ha sfiduciato i partiti

Roma. La prima crisi del secondo governo Prodi è stata superata, ma forse non è stata compresa. Nel giro di un paio di consultazioni siamo passati dalle dimissioni del presidente del Consiglio alla fiducia, restando oscure le ragioni delle une e dell’altra. Era prevedibile e forse persino inevitabile. Nelle ultime settimane molti problemi seri e corposi, a lungo rimossi, sono tornati in primo piano. E si sono intrecciati ad altri meno corposi e meno seri.
L’impressione è che la crisi sia stata la conseguenza di un fenomeno nuovo e antico allo stesso tempo. La novità si potrebbe forse descrivere così: un tempo erano i partiti che mettevano in crisi i governi, togliendo loro il sostegno parlamentare; oggi sono i singoli parlamentari che mettono in crisi i partiti, togliendo loro il governo e la stessa possibilità di governare. L’obiettivo dei dissidenti, infatti, non è il governo. Il loro obiettivo è il partito. Quello che nel 1998 è accaduto tra il governo Prodi e il partito della Rifondazione comunista, al tempo della seconda crisi del primo governo Prodi, nel 2007 accade tra il partito della Rifondazione comunista e il senatore Franco Turigliatto. Tra il Pdci e il senatore Fernando Rossi. E domani, nel voto sull’Afghanistan, accadrà magari tra l’Italia dei Valori e Franca Rame. Tra i Verdi e il senatore Bulgarelli. Nella sostanza, però, siamo di fronte allo stesso problema di sempre. La crisi è il frutto di una logica antica, quella del “nessun nemico a sinistra”, che tali partiti hanno in vario modo coltivato. Compreso un partito culturalmente di destra come quello di Antonio Di Pietro, confuso nella mistica del movimento e della società civile assieme alle varie formazioni della cosiddetta sinistra radicale.
Anche il primo governo Prodi fu messo in crisi – due volte – da sinistra. Allora però il governo cadde nel pieno di un conflitto politico, in uno scontro aperto con un partito della sua maggioranza. In queste settimane, invece, il governo è caduto da solo, per osteoporosi, mentre tutti i partiti che lo sostenevano gli confermavano solennemente la fiducia. Nel 1998 Rifondazione era su posizioni ben più radicali e pertanto non aveva sottoscritto alcun patto di governo, ma solo un accordo di “desistenza” elettorale. La vita del governo era dunque legata esplicitamente, sin dall’inizio, all’esito di una contrattazione quotidiana tra Romano Prodi e i partiti che lo avevano candidato a Palazzo Chigi da un lato, il partito di Fausto Bertinotti dall’altro. La crisi del ’98 è stata la conseguenza dello scontro tra queste forze. E così la scissione di Rifondazione, tra chi intendeva sostenere il governo – e per questo votava la fiducia, uscendo da Rifondazione e costituendo il Pdci – e chi intendeva farlo cadere, e per questo votava contro.

“Not in my name”.
I senatori dissidenti di oggi, invece, non hanno fatto nulla di simile. Non avevano alcuna intenzione di far cadere il governo, perché non avevano una linea politica alternativa da proporre ad altri che a se stessi, e in fondo nemmeno a se stessi: la loro non era una posizione politica, ma un’obiezione di coscienza. L’obiettivo dichiarato – e confermato da conseguenti comportamenti parlamentari – era l’approvazione della linea del governo, ma senza il loro contributo. Un senatore ha persino rivendicato di essere uscito dall’aula in modo da abbassare il quorum, per facilitare l’approvazione di quella linea politica che, così facendo, metteva in crisi. Uscire dall’aula al momento del voto e poi rivendicare orgogliosamente la propria irrilevanza politica: un simile comportamento ha una sola spiegazione. La spiegazione sta in una tremenda torsione della cultura politica di sinistra, generata dall’incontro con i movimenti. Quei movimenti in seno ai quali questi dissidenti vogliono ritornare, più di ogni altra cosa, potendo esibire fieramente le proprie “mani pulite”. Solo così si spiega la posizione paradossale di chi afferma solennemente l’irrilevanza della propria contestazione, scaricando la responsabilità della caduta del governo sul presunto tradimento dei senatori a vita – nel caso, peraltro, i compagni Giulio Andreotti e Sergio Pininfarina – invece di rivendicarla come una propria vittoria. Secondo il principio di irresponsabilità personale: l’importante non è se la missione in Afghanistan sarà finanziata o meno, se la base di Vicenza si allargherà o meno. Tutto questo sarà fatto, d’accordo. Ma “not in my name”.
Pertanto non è vero affatto che Turigliatto e Rossi siano stati più coerenti di quei dirigenti di Rifondazione, Pdci e Verdi che hanno sfilato contro l’allargamento della base americana o contro la missione in Afghanistan, per poi votare a favore di una linea politica opposta, sostenendo il governo che quella linea persegue. La verità è che anche Turigliatto e Rossi hanno mediato – così come Rame, Bulgarelli e tutti quei senatori che hanno svernato sulle pagine del Corriere della Sera e del Manifesto – eccome se hanno mediato, i dissidenti, tra le posizioni del movimento e quelle dei loro partiti: chi uscendo dall’aula al momento del voto, chi votando a favore ma esprimendosi contro, chi uscendo dall’aula giurando eterna fedeltà al governo. Palazzo Chigi ha mediato tra la maggioranza riformista e la sinistra radicale, Rifondazione e gli altri partiti della sinistra radicale hanno mediato con le rispettive minoranze, e allo stesso modo i dissidenti più convinti hanno mediato tra le posizioni del movimento e quelle dei rispettivi partiti: non si sono schierati contro il governo e non lo hanno appoggiato. Dinanzi al dilemma etico in cui si sono trovati, semplicemente, hanno fatto obiezione di coscienza. Dunque il punto non è la coerenza. Il punto è dove fissi il confine. E Rifondazione ha deciso di non fissarne alcuno. Ma se non c’è una linea politica – che è sempre, anche, linea di confine – a cosa vuoi essere coerente? Non resta che la propria coscienza. Così però la coperta sarà sempre troppo corta: quando avrai esaurito la serie delle mediazioni, in troppi saranno rimasti fuori. Invece di fissare un confine, Rifondazione ha scelto di “aprirsi ai movimenti”. E il movimento è entrato. Mentre tutta la sinistra radicale “stava nel movimento”, il movimento ne prendeva in ostaggio i parlamentari, che ora così giustificano il proprio comportamento: con la fedeltà al movimento. E quando il segretario di Rifondazione cita le dichiarazioni di sostegno al governo da parte delle organizzazioni promotrici della manifestazione di Vicenza, in realtà, non smentisce un bel nulla. Anzi, riafferma impietosamente la perdita di sovranità del suo partito e di se stesso, mentre si inginocchia a chiedere la legittimazione politico-spirituale della Tavola della Pace. Ma soprattutto, così dicendo, Franco Giordano dice una cosa impropria. Perché il movimento non è un partito. E la differenza è tutta qui. Non c’è un “segretario del movimento” titolato a parlare per tutti – e magari anche democraticamente eletto, a essere pignoli – e non c’è nemmeno una linea ufficiale del movimento, per la semplice ragione che altrimenti non ci sarebbe il movimento, e cioè un logo dietro il quale possano sfilare indifferentemente i frati francescani di Assisi e i disobbedienti di Luca Casarini. Per questo Giordano ha doppiamente torto, quando scende sul terreno dei Turigliatto e Rossi, contestandone le posizioni in nome dell’autentica linea del movimento, e non del partito di cui è segretario. Il suicidio politico di Rifondazione è pienamente racchiuso in questa immagine. Nell’immagine straniante del segretario di un partito comunista che dinanzi ai dissidenti agita il fax di solidarietà della Tavola della Pace o dell’Arci. A questo punto si capisce che resta poco da fare. Cominciata con Rifondazione che voleva portare i movimenti al governo, temo che la legislatura finirà con i movimenti che riportano Rifondazione all’opposizione. Con tutta la sinistra italiana, incidentalmente. E’ come la favola della rana e dello scorpione: non è interesse di nessuno, ma non ha importanza. E’ nella loro natura.

Chi è la rana? E chi lo scorpione?
Ma qual è la morale della favola? In teoria si dovrebbe partire dal presupposto che lo scorpione intenda davvero attraversare il ruscello, e dunque sia sincero quando chiede alla rana di lasciarlo salire sopra di lei e le assicura che non la pungerà, perché altrimenti morirebbe annegato; solo che una volta lì, a metà del guado, l’istinto è più forte. Ma in fondo, per come siamo abituati a immaginarlo, non sarebbe nella natura dello scorpione non avere alcuna intenzione di passare il fiume, e tendere di proposito una trappola alla rana?
Io credo che la rana sia Rifondazione, e i movimenti lo scorpione. Ma capisco che molti potrebbero obiettarmi che lo scorpione è proprio Rifondazione, e la rana quella sinistra riformista che non ha mai fatto i conti con il veleno del radicalismo fine a se stesso, pensando di poterlo traghettare al governo senza pagare dazio. E’ un discorso che si sente spesso tra intellettuali pensosi che amano interrogarsi sui destini della sinistra. E mi pare che ultimamente, dopo l’uscita di Nicola Rossi dai Ds, vada piuttosto di moda prendersela con la rana. Specialmente tra i girini.
E’ un discorso che non mi convince. Forse perché dietro queste parole vedo molti feroci cacciatori di rane, ma pochissimi cacciatori di scorpioni. (il Foglio, 7/3/07)




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10 febbraio 2007

Balla con lui

Giovanna Melandri perduta in una danza frenetica nella villa africana di Flavio Briatore. La sua fotografia, dopo la goffa smentita inviata all’Espresso, esposta alla pubblica gogna nella Sodoma telematica di Roberto D’Agostino. Dopo quell’ingenua, incomprensibile, imbarazzante bugia. Quel vibrante “Io non ci stavo” vergato con quirinalizio cipiglio sulle pagine del settimanale di Carlo De Benedetti. Inconsapevole harakiri di una turista consapevole, destinata a essere sbugiardata nel giro di pochi giorni, rovinando dalle pagine dell’Espresso alla copertina di Chi. L’implacabile istantanea che ne immortala la danza subito ripresa da tutti i giornali, siti internet, blog.
E tutto per un ballo. Un unico ballo, innocente e fugace. E per l’impulso irresistibile di negare tutto, anche l’evidenza. “Esprimo il mio più profondo rammarico nel leggere la notizia ‘Melandri a Malindi’. Non ho mai soggiornato nella villa di Flavio Briatore a Malindi”. E lui, dopo la pubblicazione della foto, che signorilmente commenta: “Non credo che una persona si debba vergognare di essere venuta a casa mia”. Quella smentita così netta, radicale, antropologica: “Da molti anni, con la mia famiglia, passo il periodo natalizio a Watamu (e non a Malindi) dove abbiamo recentemente acquistato una casa (non certo una lussuosa dimora) da Daria Colombo, moglie di Roberto Vecchioni, con i quali condividiamo passione e impegno per l’Africa”. Daria Colombo, moglie di Roberto Vecchioni: questi sono i miei lari. E Briatore, dopo la pubblicazione della foto: “E’ venuta a cena tre o quattro volte nella mia casa. E’ una donna in gamba, nata a New York, open mind”. Tre complimenti che sono tre stilettate al cuore, per il ministro che frequenta Daria Colombo e Roberto Vecchioni, con i quali – proseguiva la precisazione – io e la mia famiglia “da tempo siamo impegnati a far crescere un piccolo presidio ospedaliero e un’attività di sostegno ai bambini senza casa”. Come sarebbe a dire in gamba, nata a New York, open mind? “In Kenya... ho visto crescere ultimamente la schiera dei ‘turisti consapevoli’ che non si limitano a frequentare bellissime spiagge, ma che si impegnano in tante iniziative di cooperazione e sostegno ai progetti di sviluppo”. E dopo avere citato due straordinarie esperienze che meriterebbero di essere sostenute – “Il progetto World Friends del dott. Gianfranco Morino (volontario da vent’anni in Africa e anche lui turista a Watamu), teso alla realizzazione di un ospedale pubblico a favore della gente delle baraccopoli di Nairobi e l’Associazione Nativo che finanzia cure mediche di bambini sieropositivi a Watamu (c/c postale intestato Amici del mondo World Friends onlus n.47882527 - c/c postale intestato Associazione Nativo Onlus 53880662)” – la conclusione che non ammette repliche: “Questa è la mia Africa”. Conclusione che non ammette repliche perché esistenziale, prima che politica. La mia Africa, quella di gente come Karen Blixen e Meryl Streep, mica Briatore. Quella di Watamu, mica Malindi. Quella della cooperazione, della passione e dell’impegno di turisti consapevoli come Daria Colombo e Roberto Vecchioni. E come Giovanna Melandri, naturalmente. Ma a giudicare dalla foto che ne cattura l’ebbrezza dal vortice della danza, non si direbbe che ballasse al ritmo di “Samarcanda”, quella notte. E probabilmente sarebbe inutile cercare i dischi di Vecchioni, Dalla e De Gregori nella collezione di Flavio Briatore.
Eppure Giovanna ora è lì, su tutti i giornali, ultima vittima del “complesso della schiava nubiana”. Come Ugo Tognazzi. Come il deputato democristiano del film “I complessi”, che per distruggere le prove del passato da attricetta della moglie – fotogrammi che poco si accorderebbero con le sue vibranti campagne in difesa della pubblica morale – finisce in un locale per omosessuali un attimo prima che scatti la retata della polizia, e che scattino le fotografie che lo porteranno sulle prime pagine di tutti i quotidiani. Proprio come lei. Giovanna Melandri, che volteggia attorno al re del Billionaire come i “dervisci tourneurs” di Battiato, quelli che girano sulle spine dorsali, bionda Salome alla corte di Briatore, a chiedere la testa di tutti i predicatori della buona borghesia di sinistra da cui proviene. E ora che tutti l’hanno vista danzare come le zingare del deserto, con candelabri in testa o come le balinesi nei giorni di festa, ora che quella foto l’ha inchiodata a un presente che avrebbe voluto dimenticare, a Giovanna Melandri non resta che un’unica via d’uscita. Talmente semplice che non si capisce come non ci abbia ancora pensato: Fabio Fazio.
E’ lì che deve andare, adesso, Giovanna Melandri. Al fonte battesimale dell’unico conduttore capace di sospirare come una groupie ascoltando Claudio Magris parlargli del Danubio; lacrimare di sincera commozione vedendo Roberto Benigni che gli saltella attorno parlando della Shoà e della topa; gettarsi ai piedi di Nanni Moretti che parla di cinema come fosse Woody Allen, e di Woody Allen che parla del suo ultimo film come fosse Nanni Moretti. Ma soprattutto capace di inorridire con ognuno di loro, e con Umberto Eco, e con Giorgio Bocca, e con Mario Rigoni Stern, per l’imbarbarimento culturale portato dalla televisione, dalla società dello spettacolo, dalla perpetua celebrazione dell’effimero. Fabio Fazio, l’unico capace di singhiozzare su cotante spalle per la perduta Italia, povera ma bella, e per i suoi valori autentici, e poi restare in silenzio. Ricomporsi. Salutare lo scrittore di turno e chiedere alla bella Filippa Lagerback di presentare l’ospite successivo: Flavio Briatore.
Ma Giovanna Melandri non andrà da Fazio. L’occasione per riscattarsi l’ha già avuta, sull’Espresso, e l’ha sprecata. Proprio come una farfalla, si è alzata per scappare. Probabilmente ignorava, Giovanna, la distinzione tra una riunione in Mediobanca e un party in casa Briatore. Forse se li immaginava come una sorta di loggia massonica, gli habitué di simili feste, come una società segreta. Certo non credeva, con quella smentita, che sarebbe stato così facile, poi, inchiodarla a quel ballo. A quel ballo africano, così lontano eppure così vicino. E fa impressione, adesso, certo che fa impressione. E adesso è facile biasimarla, per i vecchi compagni di tante battaglie, party e partiti. Ma quelli erano altri tempi, certo. Altre sbronze, altre danze, altre afriche. Fa impressione, a ripensarci adesso, tutti assieme: Daria Colombo e Furio, i compagni dell’altra Italia e dell’altra America. The way we were. Com’era lei e com’eravamo noi, e come ci siamo ridotti. Tutti. A chiederci come starà adesso Giovanna, se si sentirà ancora sospesa tra Wim Wenders e Sydney Pollack, tra Alice nelle città e La mia Africa. Ma adesso è facile ironizzare. Non eravamo in Kenya, noialtri. O forse invece sì, forse c’eravamo tutti, con lei. In Kenya, in quel momento, mentre scendeva su di noi la notte equatoriale, ed eravamo tutti sudati e felici allo stesso modo, che fosse Woodstock o il Billionaire che differenza fa? In quei momenti, anche la differenza tra Meryl Streep e Simona Ventura, tra Robert Redford e Adriano Galliani può diventare impalpabile come un programma elettorale, sciogliersi e confondersi d’improvviso come rum nella coca-cola, nell’entusiasmo e nel sudore collettivo. Come una lacrima nella pioggia. E chi lo sa poi se qualcosa rimane – e che cosa – di quei sei gradi di separazione, con trentasei gradi all’ombra e praticamente niente da fare per un raggio di cinquecento chilometri in linea d’aria, tra le pagine chiare e le pagine scure della tua vacanza equa e solidale, del tuo turismo consapevole. E cancelli il tuo nome dalla sua facciata, certo, ma è troppo tardi. E confondi i tuoi alibi e le sue ragioni. Le buone ragioni di un fotografo d’occasione spuntato per caso, e che chiedeva pure il permesso, mentre il vento passava sul tuo collo di pelliccia e sulla tua persona. E quando tu, senza capire, hai detto sì. E ormai. Inutile andare da Fazio. La notte sta morendo, ed è cretino pensare di fermare le lacrime ridendo. Non è vero, Giovanna?
Giovanna Melandri non andrà da Fazio a spiegare che ha un carattere giocoso ma anche orgoglioso, non andrà da Vespa a scusarsi pubblicamente con l’Espresso e con Briatore, perché Giovanna Melandri non è Silvio Berlusconi. E non è neanche Barbara Palombelli. Forse le piacerebbe, ma per parlare di mafia da Santoro e di Cogne da Vespa, per essere di sinistra e non sembrarlo, poi fare il contrario e infine tornare se stesse senza mai fare una piega, per fare tutto questo occorre un talento speciale: quello di chi le onde non le cavalca, perché le guida. Barbara Palombelli non avrebbe mai scritto quella smentita. Giovanna Melandri invece l’ha scritta, e per questo ora non può andare da Fazio, né da Vespa, né da Mentana. E tantomeno potrà mettere piede da Serena Dandini. Avanti di questo passo, potrebbe persino trovarci una sua imitatrice, dalla Dandini. Quando s’imbocca la china per il verso sbagliato, chi lo sa dove si finisce? Il gioco leggero dell’immagine ha le sue regole ferree. E questo Giovanna Melandri lo sa. Sa che ha sbagliato, smentendo l’Espresso, e sa che ora deve aspettare.
Sul Giornale, “il Giornale di proprietà della famiglia Berlusconi”, come si dice, l’ha già attaccata Mario Giordano. Un uomo. E poi Libero, e ora anche il Foglio. Tutti berlusconiani. E tutti uomini. La fine dell’incubo è vicina: la campagna berlusconiana, il linciaggio della destra, l’aggressione maschilista – non dimenticare l’aggressione maschilista, Giovanna, mi raccomando. E’ l’ultima occasione, un articolo o due ancora, e tutto tornerà a posto. Walter Veltroni potrà cogliere un’occasione qualsiasi, una delle tante, dinanzi alle telecamere, per esprimere la sua “piena solidarietà a Giovanna Melandri, vittima di una campagna di aggressione personale orchestrata dalla destra”. E dopo la solidarietà politica verrà la solidarietà femminile, e allora tutte le porte torneranno ad aprirsi, anche quella della Dandini.
Il merito della vicenda non ha nessuna importanza. Non contano l’articolo di Maria Corbi sulla Stampa o le frecciate crudeli di tante altre donne e di tanti altri giornali. Non bisogna cadere nella trappola. Bisogna solo rispettare le regole del gioco. Perché non è affatto vero che l’Italia è il paese in cui nessuno rispetta le regole, come dicono i furbi, gli ingenui e quelli che le regole le scrivono, a beneficio degli uni e discapito degli altri. In Italia, come in ogni altra parte del mondo, le regole le rispettano tutti. Le regole non scritte perché non c’è bisogno di scriverle. E’ sufficiente sapere aspettare. Nel giro di pochi giorni questo spiacevole incidente sarà dimenticato, come non fosse mai accaduto, e tutto tornerà a posto. Ed è giusto così. Ognuno ha il diritto di vergognarsi delle frequentazioni e degli amici che preferisce, senza bisogno di farne un caso politico. Succede continuamente, dall’asilo in poi. E’ la solita guerra tra chi non è stato invitato alla festa e non bisogna dirglielo, che c’era una festa e c’erano tutti ed era pure molto divertente, e chi alla festa c’è stato ma non bisogna dirlo lo stesso, soprattutto se c’erano tutti, e tanto meno se si è divertito. Non c’è motivo di preoccuparsi. Finirà tutto come al solito, nel giro di pochi giorni ogni cosa tornerà al suo posto: Briatore a Malindi e Melandri a Watamu. Però che peccato.
Come sarebbe bello, invece, scartare. Per una volta. Un guizzo improvviso. Dimostrare che dietro quel gioco non c’è più niente e nessuno – né aghi di pino, né silenzio, né funghi – e tantomeno quella sottospecie di categoria pseudo-sociologica che si chiama “popolo della sinistra”, che ben poco ha a che fare con la sinistra e ancor meno con il popolo, che si sono inventati i direttori di giornale. Materia per editorialisti, attori e tenutari di cabaret televisivi. Comici e registi consapevoli del loro posto nel mondo e nella filiera della comunicazione, dalla produzione al marketing. Sondaggisti, intellettuali e professori di professione. Politici e imprenditori di se stessi, in questo meraviglioso mondo che chiamiamo industria dell’immaginario e dell’immateriale. Tutti noi, come tante vallette nelle trasmissioni sportive, quando alla fine del blocco il conduttore si ferma, fa il suo nome, e lei sorridendo felice della sua unica apparizione dichiara solennemente: “pubblicità”. Tutte quelle balle sui valori, le idee e gli ideali del cosiddetto popolo della sinistra cui fingiamo di credere, un po’ per pigrizia e un po’ per convenienza, solo per rendere più facile agli altri, e a noi stessi, coprirlo di ridicolo – quel popolo sconosciuto e sfortunato – mostrarne la caricatura pseudo-intellettuale e ipocrita, che poi è soltanto la nostra. Nelle sezioni di Ds e Rifondazione comunista si guardano le partite di calcio e pure il Grande Fratello, in pubbliche visioni a prezzi democratici e popolari. Giovanna Melandri lo sa, ma non lo può dire.
Eppure, in quella danza meravigliosa e travolgente, tra Simona Ventura e Myrta Merlino, che sa così tanto di rito apotropaico – liberaci dal popolo della sinistra, oh Signore, liberaci dalla schiavitù – chissà. Forse pensava anche a questo, Giovanna Melandri. Una donna in gamba, nata a New York, open mind. E forse, mentre si scatenava in quella danza selvaggia, forse ci pensava sul serio, alla rivoluzione. Forse, in quel momento supremo, Giovanna Melandri era davvero la donna in rivolta. Forse pensava davvero che alla domanda fatale, al primo che le avesse chiesto se aveva partecipato a una festa in casa Briatore, e il perché del suo silenzio, e se non aveva intenzione di rispondere, avrebbe replicato semplicemente: “Preferirei di no”. Quella sì che sarebbe stata la rivoluzione. Una risposta semplice, apparentemente furbetta, eppure autentica. Pensate quello che volete, affari vostri. L’inizio di un nuovo grande movimento di emancipazione: la liberazione del pudore. E invece, la sventurata, negò. E la Ventura, di conseguenza, decise di abbandonarla al suo destino, consegnandola – in danzante effigie – al settimanale Chi.
Così almeno scrive la Stampa, e non c’è ragione di dubitarne. La Fortuna aiuta gli audaci, la Ventura gli amici. Se ne potrebbe trarre un aforisma sul valore dell’amicizia. E quell’indignata smentita, così offensiva per l’incolpevole Briatore e per i suoi ospiti – gli altri, quelli che non vanno a casa di Daria Colombo e Roberto Vecchioni, quelli che non praticano il turismo consapevole, quelli che non smentiscono, dopo – per i suoi ospiti, evidentemente, quella smentita deve avere bruciato. Meglio dunque aspettare che le fiamme si abbassino. Non riattizzare l’incendio.
Per questo non andrà da Fazio, Giovanna Melandri. Non ora. Non fino a quando non avrà incassato abbastanza attestati di solidarietà da poter dedicare non più di dieci secondi all’unica, inevitabile domanda in merito: “In questi giorni molti quotidiani, soprattutto di centrodestra, ti hanno pesantemente attaccata…”. E Giovanna Melandri – sentendosi, finalmente, di nuovo a casa – replicherà con tono grave eppure misurato: “Vorrei dire soltanto una cosa su questo. E cioè che personalmente trovo che quando la lotta politica, che dovrebbe essere innanzi tutto battaglia delle idee, confronto culturale, quando la politica, diciamo, raggiunge questi livelli di imbarbarimento, di aggressione personale, ecco, trovo che bisognerebbe fermarsi tutti a riflettere. Anche sull’esempio che diamo ai giovani, che non a caso seguono sempre meno la politica, perché non trovano più quei valori, quegli ideali, quella tensione etica che è invece il sale della vera politica”. Questo dirà Giovanna Melandri, al momento opportuno, da Fazio. E a noi resterà solo un grande rimpianto, assieme all’ammirazione per l’indiscutibile professionalità. E alla serena consapevolezza, nel nostro piccolo, di averle dato una mano, nell’unico momento di tutta la sua sfolgorante carriera in cui ne abbia avuto davvero bisogno. (il Foglio, 10/2/07)




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9 gennaio 2007

Sezioni vuote e partito ubriaco

Il dibattito suscitato dalla scelta di non rinnovare l’iscrizione ai Ds da parte di Nicola Rossi, almeno fino a oggi, mi sembra abbia tralasciato alcune questioni di fondo. Lo dico da osservatore e da iscritto ai Ds intenzionato a rinnovare la tessera, come ogni anno da circa tredici anni a questa parte (e forse anche per questo parlo dei Ds e non della Margherita, sebbene la situazione dei due partiti sia assai simile). La prima questione di fondo mi pare questa: i Ds sono il principale partito della maggioranza, esprimono il capo dello Stato – un fatto mai accaduto prima agli eredi del Pci – la prima delegazione nel governo, hanno vinto le elezioni e si apprestano a dare vita a quello che sarà verosimilmente il primo partito del paese. Eppure, da mesi, il loro dibattito interno sembra il dibattito di un’organizzazione appena uscita da una sconfitta drammatica, un’organizzazione che somiglia terribilmente ai Ds del 2001. L’eco della decisione di Nicola Rossi mi sembra giustificata più che altro da questo paradossale stato di cose.
Non faccio l’elenco dei temi su cui quotidianamente abbiamo visto i Ds dare segni di sbandamento, non solo nel rapporto con il governo, ma innanzi tutto nel rapporto con se stessi: dalla fase due alla legge sulla droga, da piccole questioni personali a grandi dilemmi etici. Ne sono pieni i giornali, e non da oggi.
L’addio di Rossi ha spinto molti a parlare di fine del dalemismo. Qualcuno ha replicato che il dalemismo è finito da anni. Secondo il diretto interessato, poi, non è mai esistito. Ma se, date queste premesse, non pare esserci dubbio sulla definitiva estinzione dei dalemiani e del dalemismo come categoria politica, domando: cosa ne è dei veltroniani? Sulla scia dell’abbandono di Rossi abbiamo letto in questi giorni con dovizia di dettagli le infinite ramificazioni della diaspora dei Velardi e dei Rondolino. Ma anche i veltroniani di allora, nel frattempo, mi pare abbiano preso non meno tortuosi e diversi sentieri. Nati come gruppo attorno al leader che parlava di Partito democratico all’americana, Pietro Folena è oggi un parlamentare di Rifondazione comunista, Fabio Mussi guida la minoranza “di sinistra” dei Ds ostile al Partito democratico, Giovanna Melandri da almeno un paio di congressi non è più politicamente rintracciabile, sospesa in una posizione di mediazione tra non si sa bene chi e che cosa. La verità è che sui giornali continuiamo a parlare di dalemiani e veltroniani, secondo una divisione che risale al 1994, cioè alla prima e unica volta in cui l’attuale gruppo dirigente diessino si divise esplicitamente su due opposte opzioni politiche. Tutto quello che è venuto dopo è stato tante cose: drôle de guerre, mimetismo e guerra di posizione, ma non è stato mai autentico conflitto, aperto e trasparente, per la leadership e per la linea politica. Il risultato è che si sono appannate le une e l’altra, progressivamente e inesorabilmente.
La rimozione del conflitto ha innescato una dinamica perversa: una mediazione permanente in cui le diverse posizioni divengono come le sedie in quel gioco che si faceva alle feste da adolescenti. Qualche tempo prima del congresso si attacca la musica e tutti ci ballano attorno, poi improvvisamente la musica si interrompe, e davanti all’ennesimo “caminetto” si ritrovano seduti i soliti capibastone: D’Alema, Veltroni, Fassino, Bersani e così via. Nel ’94 Veltroni era la “destra” e D’Alema la “sinistra”, poi le parti si sono invertite per certi aspetti e sono rimaste le stesse per altri. Veltroni è stato l’artefice del correntone (nato dalla confluenza tra veltroniani e sinistra storica) che fino a un certo punto fu guidato da Sergio Cofferati, in vista del congresso di Pesaro. Al congresso successivo il sindaco di Roma ha detto che bisognava fare subito il partito riformista con la Margherita. Oggi dice che il Partito democratico così non va e bisogna ritornare al progetto originario dell’Ulivo (e così è tornato alla casella di partenza). Altrettanto hanno fatto tutti gli altri, chi più chi meno, in un gioco della sedia che ha perso ogni significato politico. Risparmio per compassione dei lettori l’elenco dei vari posizionamenti di ogni singolo dirigente nel corso di questi anni. Non intendo accusare nessuno di spregiudicatezza. Al contrario, quello che mi preme è rilevare come sia il meccanismo, evidentemente, a essersi inceppato. La rimozione del conflitto è arrivata a tal punto che non solo al congresso di Pesaro Veltroni non si è candidato, non solo il sindaco non si è nemmeno pronunciato per l’una o l’altra mozione, sostenendo di non poterlo fare per via del suo nuovo ruolo istituzionale (confondendo forse il colle del Campidoglio con quello del Quirinale, se non direttamente con San Pietro). Non solo questo. Ma non si è candidato nemmeno Cofferati, facendo assumere così a tutta la sua martellante campagna precedente, che ha occupato i giornali per mesi, l’aspetto surreale di primarie per la candidatura a sindaco di Bologna. Per di più, una volta divenuto sindaco – a dimostrazione dell’assunto – il leader dell’ala radicale ds è divenuto il braccio violento della corrente riformista. Il fatto che poi, al congresso, il correntone abbia deciso di candidare un Berlinguer, ha dato definitivamente al tutto il segno della crudele ironia della storia. A ripensarci oggi, la Fgci dei tempi di Enrico Berlinguer, che fingeva di dividersi attorno a non si sa bene cosa e chi, avrebbe dovuto eleggere segretario proprio lui: Giovanni Berlinguer. L’unico dinanzi al quale D’Alema e Veltroni avrebbero potuto passare per giovani emergenti, che devono ancora aspettare qualche tempo prima di uscire allo scoperto.
La rimozione dell’idea stessa di conflitto ha prodotto la paralisi. La paralisi ha prodotto il pensiero circolare. Basta un esempio: qualche settimana fa, una delle tante polemiche sul Partito democratico ha riguardato il “modello Flm” proposto da Fassino. Modello che in realtà era stato lanciato sei mesi prima da Bruno Trentin – come mediazione tra la minoranza e il segretario – e che comunque già nel 2004 era stato indicato dallo stesso Fassino, nella formulazione del “modello dell’unità sindacale”. Potrei continuare così per tutti, dico tutti, i temi al centro del dibattito, dalla laicità all’appartenenza al socialismo europeo. Non è colpa di Fassino. Il pensiero circolare è inevitabile, una volta che si sia deciso di barricarsi dentro l’attuale gruppo dirigente – compatto come una falange macedone, altroché! – bloccando entrate e uscite, chiudendo le porte e sbarrando le finestre. Il pensiero circolare è l’inevitabile conseguenza del suo essere l’unico pensiero in circolazione. E inevitabilmente sempre più rarefatto. La conclusione, in breve, è l’aria fritta.
La semplice ragione di tutto questo è che nei Ds l’ultimo confronto tra diverse opzioni politiche, alla luce del sole, si è svolto tredici anni fa. Da allora in poi tutti i contrasti reali sono stati affogati nella melassa. La lotta politica è stata degradata a un esercizio di posizionamento reciproco sterile e autoreferenziale, incomprensibile ad alcuno fuori del circolo, in una cerimonia di formule ipocrite e insignificanti. Il risultato è che i Ds sono giunti oggi, e non a caso, alle stesse drammatiche percentuali del Pds all’indomani della svolta, decimale più decimale meno. Dopo diciassette anni, scelte dolorose e drammatiche, si torna al punto di partenza. E se non vi pare una sconfitta questa, aspettate il 2009.
Nel frattempo, la musica è ricominciata. Si balla attorno alle sedie. E chi non trova posto, prende il cappello e se ne va. La ragione è chiara: il primo obiettivo dei Ds non è affatto l’obiettivo dichiarato di far nascere una grande forza riformista che sia il baricentro della coalizione eccetera eccetera. Il primo obiettivo è evitare una scissione. Con il risultato, tipicamente circolare, che tutte le scelte fondamentali per la costruzione del nuovo partito vengono di fatto contrattate con coloro che a quel partito sono contrari. Che razza di mostro può venir fuori in questo modo, ammesso che possa venirne fuori qualcosa? Ricorrendo ogni giorno a nuove e più bizantine formulazioni, a più immaginifiche metafore, non si troverà mai quel che si va cercando. Perché quel che si cerca, ahimè, è la formula capace di spiegare al tempo stesso che il Partito democratico è la più grande novità politica degli ultimi cinquant’anni (a quegli iscritti ed elettori che si vorrebbe “appassionare” al processo) e che il processo verso il Partito democratico non rappresenta alcuna novità, nulla di diverso da quello che i Ds sono sempre stati e sempre saranno (a chi, come Mussi, si teme altrimenti possa promuovere una scissione).
A mio modesto avviso l’unica novità di questi mesi è l’intervista a Franco Marini uscita sabato su Repubblica. Il presidente del Senato dice in sostanza: se andiamo avanti così al 2009 non ci arriviamo (vivi). Se pensiamo solo a come scongiurare i rischi, non eviteremo i rischi e arriveremo stremati al traguardo (ammesso che ci arriviamo). Ci saranno comunque dei prezzi da pagare, per entrambi i partiti, paghiamoli subito e andiamo avanti. Benissimo, dico io. Ma temo che la reazione dei Ds sarà ben diversa. Temo cioè che sarà la stessa di sempre: nessuna. Tutto come prima. The show must go on. Ma a questo punto, se i Ds non hanno la forza di reinnescare un circuito virtuoso nel loro confronto interno, ritornando a parlare (e a parlarsi) con chiarezza, e cioè sottoponendo a iscritti, elettori e opinione pubblica in modo intelligibile le loro rispettive (e diverse) proposte – se insomma siamo destinati a vedere ancora una volta D’Alema e Veltroni appassionatamente insieme nella stessa insignificante mozione – ebbene, resta loro solo una cosa da fare: raccogliere l’invito di Marini, accelerare, dire chiaramente che il prossimo sarà l’ultimo congresso dei Ds e mettere in conto anche il rischio di una scissione.
Se questo è lo stato dell’arte, personalmente non vedo altre soluzioni. Dinanzi a questo stato di cose, Nicola Rossi ha pensato invece che l’unica cosa da fare fosse non rinnovare la tessera. Non mi sorprende. Né mi sorprende il fatto che nel suo lungo articolo di ieri, sul Corriere della Sera, abbia scelto come suo interlocutore il professor Michele Salvati. Lo stesso che tanti anni fa, proprio su questo giornale, spiegò che per fare il Partito democratico Ds-Margherita occorreva espellerne preventivamente D’Alema e Marini, con i relativi sodali. Cioè il grosso di Ds e Margherita. E’ un modo di ragionare antico: quando la realtà non si conforma alle tue tesi, basta espellerla. Non a caso l’argomento principale dell’articolo di Rossi riguarda il fatto che a livello locale i quadri dirigenti dei due partiti penserebbero solo a come sopravvivere, consolidando gli equilibri esistenti – ohibò. Parafrasando il sindaco di paese del film “Caro Diario”, potremmo dire: tutto il contrario che a Londra!
Non avendo studiato alla London School of Economics (di cui peraltro è stato direttore Anthony Giddens, vorrei ricordare), personalmente non ci vedo nulla di male se i dirigenti locali di un partito non lavorano alacremente alla propria sostituzione (da questo punto di vista le parole di Rossi mi ricordano certi appelli “generazionali” al ricambio delle classi dirigenti). Personalmente non vedrei nulla di male, se anche fosse vero, nel fatto che Fassino volesse fare il ministro domani e il primo ministro dopodomani (e per questo si agitasse tanto), nel fatto che Veltroni volesse solo fare il primo ministro nel 2009 (e per questo fosse tanto indaffarato) e che D’Alema volesse fare tutto (e per questo non facesse nulla, almeno entro i confini italiani). Né vedrei nulla di male nel fatto che Carlo De Benedetti avesse già avviato le consultazioni per conto di Veltroni (o viceversa). Alle loro personali fortune sono poco interessato, ma dubito che sulle rovine di una grande impresa collettiva si possano costruire grandi fortune personali. Al massimo, si può fare qualche soldo commerciando in reperti di contrabbando, ma non è certo il genere di carriera che si possa raccontare ai nipoti, alla fine della corsa. E mi pare evidente che ormai siamo all’ultimo giro. (il Foglio, 9/1/07)




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21 novembre 2006

Bachi e bacetti

Al direttore - Sono arrivato al Foglio da meno di un mese, condividendo quasi nulla della sua linea, ma convinto anche io – come diceva il nostro editoriale di sabato scorso – che la linea la danno i direttori e che i direttori li scelgono gli editori, punto. Se qualche volta accostiamo Massimo D’Alema ad Ahmadinejad, Piero Fassino a François Hollande, Oliviero Diliberto a Oliviero Diliberto – in tutta sincerità – la cosa non mi crea alcun problema di coscienza. E spero solo che Diliberto non ci faccia causa. Questo perché non sono un giornalista di sinistra, ma una persona di sinistra che fa il giornalista, secondo l’aurea distinzione di Sartre tra “essere un cameriere” e “fare il cameriere”. Distinzione di cui personalmente ho appreso l’importanza nell’estate del 2005, osservando l’incredibile numero di camerieri che nel nostro paese si dedica tuttavia ad altri mestieri: politici, industriali, pseudoindustriali e – ovviamente – giornalisti. Ma dopo avere letto l’editoriale che sabato il Foglio ha dedicato a “Il baco del Corriere” di Massimo Mucchetti, libro che personalmente ho trovato meraviglioso, mi sono tornate in mente tante altre letture cui mi sono dedicato negli ultimi due anni. Il Foglio accusa Mucchetti di combattere, ben allineato e coperto dietro Corrado Passera, la stessa battaglia di potere che denuncia in nome del giornalismo libero e indipendente. Ma parlando di giornalismo libero e indipendente – e dello scontro di potere consumatosi nel 2005 attorno a Rcs, Bnl e Antonveneta – a me viene in mente che è uscita da poco, o comunque da poco l’ho notata io in libreria, l’edizione aggiornata de “L’affare Telecom” di Giuseppe Oddo e Giovanni Pons, con un nuovo capitolo dedicato proprio alle scalate Bnl, Antonveneta e Rcs. Lo comprerò e lo rileggerò da capo non appena avrò terminato il loro ultimo lavoro, “L’intrigo”, sul caso Fazio e le tre scalate di cui sopra. Poi finirò di leggere anche “Bankitalia e i furbetti del quartierino”, quello di MilanoFinanza, e magari comprerò persino “I quattro dell’opa selvaggia” di Giuseppe Turani (a tanto, lo confesso, non ero ancora arrivato). Li leggerò, rileggerò o finirò di leggerli tutti, come mi ero ripromesso di fare sin dall’inizio di quella lunghissima estate di un anno fa. L’estate delle scalate e della campagna di stampa contro l’Unipol di Giovanni Consorte, che considero la mia personale guerra di Spagna.
Leggerò tutto. E lo farò per lo stesso motivo per cui da allora non perdo un numero del supplemento economico del Corriere, né un articolo di Dario Di Vico, sin da quell’indimenticabile pezzo sul “filo rosso” che avrebbe legato le scalate del 2005 all’opa Telecom. Così come da allora non perdo un editoriale del consigliere di Telecom Marco Onado sul Sole 24 Ore, una riflessione di Mario Monti sul Corriere o un articolo di Alberto Statera su Repubblica. Rileggerò pure le inchieste del Diario di Enrico Deaglio, a cominciare da quella – uscita una settimana dopo il pezzo di Di Vico – sul “filo rosso” che avrebbe legato eccetera eccetera, e sempre che per allora io non l’abbia già riletta nella nuova edizione del classico di Oddo e Pons. Rileggerò l’articolo di Scalfari sui “miasmi” emanati dalla “cloaca” degli scalatori, e quello sul “paese delle cuginanze” e delle camarille che prevalgono su ogni principio etico firmato da Sergio Romano. Leggerò e rileggerò tutto, lo giuro. Ma temo che a ogni riga mi torneranno in mente i giudizi sprezzanti che il Foglio ha dato dell’unico libro su queste vicende in cui io non abbia riletto per la centesima volta le stesse tesi. E credo che questo mi renderà un po’ più pessimista. Non per le sorti di Mucchetti, D’Alema o di nessun altro in particolare, ma dell’Italia. (il Foglio, 21/11/06)




permalink | inviato da ciccio il 21/11/2006 alle 13:28 | Versione per la stampa
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